Anecdote · Fiche 52

Peintres archaïques : « ceci est un bœuf »

Fortune textuelle et iconographique d’un récit antique, ordonnée par sources, langues et représentations.

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52
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Chronologique

Chronologie documentaire

Chronologie des attestations et de la transmission

56 textes affichés

(-350)Date de rédaction
grecqueTexte 2730 · Source 660

ΤΟΠΙΚΩΝ

Aristote · t. II, p. 44

Ἥ εἰ καθ’ αὑτὸν λεχθεὶς μὴ φανερὸς εἴη τίνος ἐστὶν ὁρισμός, ἀλλὰ καθάπερ τὰ τῶν ἀρχαίων γραφέων, εἰ μή τις ἀπιγράψαι, οὐκ ἐγνωρίζετο τί ἐστιν ἕκαστον.

françaisTraduction 4726

Aristote — ΤΟΠΙΚΩΝ

Ou bien encore, voir s'il ne se trouve pas que, énoncée par elle-même, elle ne montre pas avec évidence de quoi elle est la formule définitionnelle, mais c'est comme les figures des peintres primitifs: si l'on n'avait pas mis une inscription, on ne reconnaîtrait pas ce qu'est chacune.

(201):(235)Date de rédaction
grecqueTexte 2732 · Source 521

Ποικίλη ἱστορία

Élien (Κλαύδιος Αἰλιανός)

ὅτε ὑπήρχετο ἡ γραφικὴ τέχνη καί ἦν πρότον τινὶ ἐν γάλαξι καὶ σπαργάνοις, οὕτως ἄρα ἀτέχνως εἴκαζον τὰ ζῷα, ὥστε ἐπιγράφειν αὐτοῖς τοὺς γραφέας· « τοῦτο βοῦς, ἐκεῖνο ἵππος, ἐκεῖνο δένδρον ».

françaisTraduction 2733

Reinach, Adolph (éd.) — Textes grecs et latins sur la peinture ancienne. Recueil Milliet

La peinture, à ses débuts, quand elle était encore pour ainsi dire à la mamelle et en bas âge, donnait des êtres vivants une représentation si fruste que les peintres y ajoutaient cette inscription : « Ceci est un bœuf, ceci est un cheval, ou bien : un arbre ».

françaisTraduction 4727

Élien (Κλαύδιος Αἰλιανός) — Ποικίλη ἱστορία

Lorsque la peinture était à ses débuts et qu'elle était en quelque sorte au sein maternel et dans les langes, on peignait les animaux et les végétaux de manière si maladroite que les peintres écrivaient sur les dessins: "Ceci est un bœuf, ceci un cheval, ceci un arbre."

1548Date de rédaction
portugaisTexte 2734 · Source 173

Da pintura antiga

Hollanda, Francisco de · p. 297

E assim o que pintar (como dezia um livro) uma lebre, que tenha necessidade, para ser desconhecida do cão que a seguia, de letras que o declarassem, este tal, pintando cousa tão pouco mintirosa, se pode dizer que pinta uma grande falsidade, e mais dificel de achar entre as perfeitas obras da natureza que uma molher fremosa com rabo de peixe e azas.

françaisTraduction 2735

Hollanda, Francisco de — Da pintura antiga et Diálogos de Roma (2e partie)

Mais l’artiste qui, voulant peindre un lièvre, devrait (comme le rapporte certain auteur) recourir à une inscription explicative pour distinguer le lièvre du chien qui le poursuit, celui-là, quoique ayant fait choix d’un sujet si peu mensonger, aurait peint, on peut le dire, une chose des plus fausses, et plus difficile à trouver parmi les œuvres parfaites de la nature qu’une belle femme avec une queue de poisson et des ailes.

1564Date de rédaction
italienTexte 2736 · Source 57

Selva di notizie

Borghini, Vincenzio · p. 131

La prima, cioè lineare, dicono che la trovò o Filocre egitio o Creante corintio, ma primi che l’esercitassino fu Ardice corintio e Telefane sicionio, senza colore, ma che pur la tratteggiavano et ombravano con tratti di penna, onde dice ch’a simil pittura scrivevan da piè il nome, penso perché e’ non rendessino tanto l’imagine che e’ si conoscessi, et credo venissi più presto da l’imprefezione loro che dall’arte, perché oggi con un disegno solo di penna si conosce benissimo una testa.

1567Date de rédaction
italienTexte 2737 · Source 4

Lettera a m. Giorgio Vasari, nella quale si racconta i nomi, e l’opere de’più eccellenti artefici antichi in Pittura, in bronzo, et in marmo

Adriani, Giovanni Battista · p. 183-184

Suit : Origines de la peinture I primi, che in questa si esercitarono si truova essere stato Ardice da Corinto, e Telefane Sicionio, li quali, non adoperando altro che un color solo ombravano le lor figure dentro con alcune linee. E perciò che, essendo l’arte loro ancor rozza e le figure d’un color solo, non bene si conosceva di cui elle fussero imagini, ebbero per costume di scrivervi a piè chi essi avevano voluto rassembrare.

1582Publication originale
italienTexte 2739 · Source 265

Discorso intorno alle immagini sacre e profane

Paleotti, Gabriele · p. 390

Non parliamo ora di quelle che, per rozzezza del disegno o lineamenti storti, o altra inezzia del pittor, eccitano il riso a chi ha qualche giudizio ; imperoché questo non è veramente riso, ma deriso, essendo che il riso, onde deriva « ridicolo », nasce da una diformità sì, ma fatta non diformemente, dicendo Cicerone : Locus et regio ridiculi deformitate quadam continetur, quae designat turpitudinem non turpiter. Il che non aviene in queste pitture di che parliamo, che sono tutte piene di sproporzioni e sciochezze causate dal solo diffetto dell’auttore, che le fa passare in stoltizia, secondo Quintiliano VI, 3, che disse : Anceps ridiculi ratio est, quod a derisu non procul abest risus, cuius sedes cum sit in deformitate aliqua et turpitudine, cum in aliis demonstratur, urbanitas, cum in dicentem ipsum recidit, stultitia uocatur. Sopra di che fu anticamente motteggiato con quel detto : Homo facie magis quam facetiis ridiculus ; e di un pittore narra Eliano X, 10 ch’era sì sciocco et imperito nell’arte sua, che, non dipingendo cosa che s’assomigliasse, era sforzato di aggionger il nome alle cose, dicendo : « questo è un cavallo, questo è un arbore, questo è un libro », onde ognuno se ne ridea.

1582Publication originale
italienTexte 2740 · Source 265

Discorso intorno alle immagini sacre e profane

Paleotti, Gabriele · p. 410-411

Nasce ancora l’oscurità dal non sapere ; ma non intendiamo ora di trattare della perizia dell’arte, perché, come in più luoghi s’è detto, trattiamo noi delle cose e non della ragione del disegno, presuponendo che il pittore ne sia instrutto quanto si conviene ; altrimente non è dubbio che, non possedendo bene l’arte che sta ne l’assomigliare, l’opere sue riusciranno oscurissime e non conoscibili da chi le guarderà, sì come altre volte abbiamo raccontato d’uno ch’era forzato di aggiongere all’imagini che faceva : « Questo è un leone, questo è un cane, questa è una torre, questa è una fontana »Eliano, Var. hist., X, 10. Ma noi parliamo di quella oscurità che nasce per non sapere bene il pittore quella materia che vuol fare ; perché, come dicea Socrate Cic, De orat. I, 14, quelle cose che l’uomo sa bene e le possiede compitamente, le esprime ancora, quando vuole, commodatamente […] Così nella pittura, chi possederà bene e fondatamente quello che è per ritrarre, e saperà il fine a che è ordinato quel misterio, o a che mira quella figura, non è dubbio che lo porgerà molto più chiaramente, e con maggiore espressione per le particolarità che vi inserirà, che non farà un altro poco intendente. E sì come, a volere sciogliere bene una questione di alcuna scienza, chi va distinguendo e considerando varii capi riesce molto meglio e con quelle distinzioni quieta affatto l’intelletto ch’è sospeso ; così sono molte istorie sacre e misteri, i quali se il pittore averà questo giudizio in andarli compartendo con ordine e distinguerle in varii quadri o spazii, e si astenerà più che potrà di ammassare et inculcare una moltitudine di figure e di azzioni, le quali confondono la vista e l’intelletto, senza dubbio più sodisfarà a tutti e darà maggiore segno di giudicio e di perizia. A che gioverà principalmente l’aggiungervi in luogo conveniente il nome del misterio o del santo, quando non sia figura notissima (sì come anticamente veggiamo essersi usato, secondo che afferma s. Paolino Nat., 10 dicendo : Martyribus mediam pictis pia nomina signant) ; overo notarvi il luogo dello autore della istoria sacra che si rappresenta, overo ancora alcune brevi parole e significanti, tolte dal medesimo libro dell’autore, a proposito di quello che si fa.

1584Publication originale
italienTexte 2738 · Source 51

Eccellenza del San Giorgio di Donatello

Bocchi, Francesco · p. 177-178

Perocché chi è quegli che, nel maneggiare questa arte, volendo da un pezzo di marmo cavare una statua di uno Ercole, che per suo poco avvedimento così nell’adoperare si smarrisca, che e’ ne riesca un’altra figura, dal suo fine del tutto differente ? Et in questo intendo io di ogni fine, qualunque egli sia, perché il fine che in qualità dee essere prezioso è sopra ogni cosa malagevole. Ma noi tra questi artifici non dobbiamo annoverare coloro in modo alcuno, i quali con poco giudizio e con minore esperienza fanno le loro opere in ogni parte rozze e difformi e tutte nella bruttezza sommerse, come ne’ primi secoli, quando ebbero principio queste arti, soleva avvenire ; perché tanto erano poco usati gli artefici, e tanto rozzi nel suo artifizio, che quello che dipignevano non si poteva discernere né riconoscere, ma era di bisogno che appresso alle cose effigiate si ponesse il nome scritto, in questa guisa : « Questo è un cavallo », « questo è un albero », come quei che dalle parti, le quali dall’arte sono prodotte, non giudicavano gran fatto che elle potessero altramente essere conosciute.

1585Publication originale
latinTexte 2741 · Source 249

Gallus Romae hospes. Ubi multa antiquorum monimenta explicantur, pars pristinae formae restituuntur. Opus in quinque partes tributum

Montjosieu, Louis de · p. 1

Huius artis initia sunt incerta. Aegyptij sex millibus annorum antiquiorem faciunt quam Graeci. Vana antiquitatis iactione. Graeci alij Sicyone, alij apud Corinthios primum inuentam fuisse praedicant. Rudibus primum initiis : nempe umbra hominis lineis in parietibus circumscripta. Unde prima lineamenta ducere, uno verbo adumbrare dicim[ur]. Huius inventionem adscribunt alij Philocli Aegyptio ; alij Cleanthi Corinthio. Sed primi teste Plinio exercuere Aridices Corinthius, & Telephanes Sicyonius, sine ullo colore. Iam tamen spargentes lineas intus, quae magis admonerent quam ostenderent. Ideo & quos pingerent adscribebant.

1594Publication originale
italienTexte 2742 · Source 367

Discorsi del poema eroico

Tasso, Torquato · p. 23

Forestiero napoletano — Peraventura è vero quel che voi dite, perché se l’impresa è fatta della pittura e del disegno non ha bisogno di parole. Conte — Sogliono i pittori, e gli scultori nondimeno far le inscrittioni nelle statue, e nelle pitture alcuna volta. For — Solevano gl’antichi pittori, come dice Aristotele nel Sesto della Topica, aggiungere l’inscrittione per dichiaratione della cosa dipinta : ma questa per suo giuditio è imperfettione nella pittura, come nella difinitione, che non s’intenda di qual cosa elle sia difinitione : percioché la pittura deve esser conosciuta per se stessa senza aiuto estrinseco.

1597Publication originale
françaisTexte 2743 · Source 468

Mythologiae, sive explicationis fabularum libri decem

Conti, Natale (dit Noël le Conte); Montlyard, Jean de (pseudonyme de Jean de Dralymont) · p. 783-784

Ardices natif de Corinte a acquis cet honneur en l’art de pourtraiture, d’avoir esté le premier avec Telephanes de Sycione, qui ait exercé cette science : lesquels ne tiroient en leurs pourtraits que les traits et lignes des figures, sans y appliquer aucune couleur : ains au lieu des couleurs semoient des lignes au dedans ; de là vint que les uns disoient l’invention de pourtraire et peindre estre Corinthienne, les autres Sicyonienne. Mais parce que ces ouvriers n’imitoient guere bien la nature, comme encore grossiers en leur art, force leur estoit d’escrire en leurs tableaux les noms de ceux qu’ils vouloient pourtraire. Car qui ne sçait bien qu’il n’y a chose qui contreface plus proprement la nature que les couleurs, si elles sont seamment coniointes avec les lineamens tirez au vif ? car il faut que l’un et l’autre r’accordent gentiment ensemble pour bien representer une effigie : que si l’un des deux manque, l’artisan pert sa peine. Et pourtant il faut que les imagers et statuaires qui ne sçavent sinon imiter en marbre ou métaux les traits seulement, confessent qu’ils manquent au principal de leur science. Que les peintres doncques avoüent qu’ils ont beaucoup d’obligation à Periphante Corinthien, qui fut le premier inventeur des couleurs ; les uns neantmoins attribuent l’invention des lineamens à Philoclés Egyptien, les autres à Cleanthés Corintien.

1615Publication originale
espagnolTexte 2744 · Source 661

Segunda parte del ingenioso cavallero don Quixote de la Mancha

Cervantes, Miguel de

— Tienes razón, Sancho — dijo don Quijote—, porque este pintor es como Orbaneja, un pintor que estaba en Úbeda; que, cuando le preguntaban qué pintaba, respondía: “Lo que saliere”; y si por ventura pintaba un gallo, escribía debajo: “Éste es gallo”, porque no pensasen que era zorra. Desta manera me parece a mí, Sancho, que debe de ser el pintor o escritor, que todo es uno, que sacó a luz la historia deste nuevo don Quijote que ha salido: que pintó o escribió lo que saliere; o habrá sido como un poeta que andaba los años pasados en la corte, llamado Mauleón, el cual respondía de repente a cuanto le preguntaban; y, preguntándole uno que qué quería decir Deum de Deo, respondió: \'”Dé donde diere”. Pero, dejando esto aparte, dime si piensas, Sancho, darte otra tanda esta noche, y si quieres que sea debajo de techado, o al cielo abierto.

1620Publication originale
françaisTexte 2746 · Source 493

Discours ou traité des devises

Amboise, François et Adrian d’ · p. 4-5

Et faut que nous confessions que l’accusation de Tasse contre notre nation a quelque apparence quand il se rit de nos vieux peintres trop grossiers, qui en leurs tableaux ajoutaient de petits mots, ici est le lièvre, ici le chien, vrai certain et assuré témoignage de leur ignorance, il a pris cela d’Élien.

1621Publication originale
françaisTexte 2747 · Source 44

Essay des merveilles de nature

Binet, Étienne · p. 191

suit Zeuxis et Parrhasios De là vient qu’un d’eux escrit en ses ouvrages, Res ipsa, c’est la chose mesme, non pas la peinture ; et l’autre, Fecit Apelles, ce qu’il mit en trois pieces où il surmonta l’art, la nature, et soy-mesme. Aux autres il mettoit Faciebat, c’est à dire, il faisoit, et à dessein n’a point voulu achever de peur de faire rougir la nature qui se fut confessée vaincuë par l’esprit et par l’art. Ce n’est pas comme ces badaux qui estoient si niaiz que pour peindre un cheval ils faisoient un asne ou un bœuf, et encore si mal fagoté, qu’il falloit escrire en gros cadeaux, Messieurs, cecy est un asne, cecy est un buffle, encor mentoit-il, car ils estoient deux, luy le beau premier, et celuy qu’il avoit peint l’autre, et ne sçay qui estoit le plus grossier.

1621Publication originale
françaisTexte 2748 · Source 44

Essay des merveilles de nature

Binet, Étienne · p. 203

Quand la peinture estoit encore au berceau, et à son premier laict, le pinceau estoit si niais, les ouvrages si lourds, qu’il falloit escrire dessus, c’est un bœuf, c’est un asne, autrement vous eussiez pris cela pour un quartier de veau ; maintenant il faut mettre dessous, qu’un tel peignoit, de peur qu’on ne creut que ce sont des mors qu’on a collés sur la toile, et des personnes vivantes sans vie, tant le tout est bien fait.

1626Publication originale
espagnolTexte 2749 · Source 68

Discursos apologeticos, en que se defiende la ingenuidad del arte de la pintura, que es liberal, de todos derechos, no inferior a las siete que comunmente se reciben

Butrón, Juan de · fol. 111r

Ardices, cuya patria fue Corinto, digno es de perpetua alabança, porque fue el primero que con Telefano, natural de Sicion, exercio el arte dibuxando los perfiles, manchando en lugar de colores el cuerpo que pintavan con lineas. Esta es la razon de las opiniones que referi en el discurso 2 tener los Griegos unos, que en Sicion, otros que en Corinto se hallò el arte. Los que le dieron principio (come dize Natal) no fueron, ni pudieron llamarse pintores, pues no se conocia que era lo que retratavan, sino le pusiessen debaxo, Este es gallo ; y no imitando en todo a la naturaleza el arte es defectuoso. (Razon fortissima, que trae Natal en la antelacion de la pintura a la escultura, pues la primera no ay cosa que no copie, y la segunda tiene infinitas que no esculpe). Assi lo eventa Plinio lib. 35. cap. 3. Natal ubi supra, fol. 788. suite : Aristide

1627Publication originale
latinTexte 2750 · Source 64

De pictura, plastice, statuaria, libri duo

Boulenger, Julius Cæsar · p. 9

Linearem primi exercuere Ardices Corinthius et Telephanes Sicyonius, sine vllo linearum colore, iam tamen spargentes lineas intus. Ideo et quos pingerent adscribere institutum. Postea eminentiora quaedam, alia reductiora fecerunt. Quintilianus lib. 11 Instit. Cap. 3. Vt qui singulis pinxerunt coloribus, alia tamen eminentiora, alia reductiora fecerunt, sine quo ne membris quidem suas lineas dedissent. Per initia adeo rudis pictura fuit, vt ex lineis vultus hominis, aut animalis agnosci non posset nisi nomen adscriberetur. Aelianus liv. 10 [… ] Petronius, omnia diligenter curiosus pictor cum inscriptione reddiderat.

1635Date de rédaction
Langue non renseignéeTexte 2751 · Source 208

Recueil des essaies des merveilles de la peinture

Lebrun, Pierre · p. 769

suit Apelles faciebat De la vient qu’un d’eux escrit en ses ouvrages, Res ipsa, c’est la chose mesme, non pas la peinture, et l’autre fecit Apelles ; ce qu’il mit en trois pieces où il surmonta l’art la nature et soy-mesme, aux autres il mettoit Faciebat, c’est à dire il faisoit, et à dessein n’a point vouluz achever de peur de faire rougir la nature qui se fut confessée vaincue par l’esprit et par l’art, ce n’est pas comme ces badaux qui estoient si niaiz que pour peindre un cheval ils faisoient une asne ou un bœuf et encore si mal fagoté qu’il falloit escrire en gros cadeaux : Messieurs cecy est un asne, cecy est un bœuf, encor mentoient-ilz, car ils estoient deux, luy le beau premier, et celuy qu’il avoit peint l’autre.

1635Date de rédaction
françaisTexte 2752 · Source 208

Recueil des essaies des merveilles de la peinture

Lebrun, Pierre · p. 835

Quand la peinture estoit encore au berceau et à son premier laict, le pinceau estoit si niais, les ouvrages si lourds, qu’il falloit escrire dessus : c’est un bœuf, c’est un asne, autrement vous eussiez pris cela pour un quartier de veau ; maintenant il faut mettre dessous, qu’un tel peignoit de peur qu’on ne creut que ce sont des mors qu’on a collés sur la toile, et des personnages vivants sans vie tant le tout est bien fait.

1638Publication originale
anglaisTexte 2753 · Source 845

The Painting of the Ancient

Junius, Franciscus · p. 27

The art of Painting has been about the time of her infancy so rough and poore, that Aelianus, speaking of the first beginners of this art, doth not stick to say, that they were forced by reason of their unskilfulnesse in painting, to write by the severall figures expressed in their pictures, this is an oxe, this is a horse, this is a tree. The great interpreter of the mysteries of nature witnesseth also, that the first picture hath been nothing else but the shadow of a man drawne about with lines. suite : voir Dédale

1647Publication originale
latinTexte 2754 · Source 400

De artis poeticæ natura ac constitutione

Vossius, Gerardus Joannes · p. 76

Nimirum, ut vere ait Tullius In Bruto, sive de Cl. Orat., nihil est simul et inventum, et perfectum. Exemplo sint pictores ; qui, ut Ælianus refert, primitus tam rudes fuere, ut picturis necesse haberent subscribere nomen, aut hominis, aut leonis, aut simile, quo a spectantibus dignoscerentur.

1652Publication originale
italienTexte 2755 · Source 257

Trattato della pittura et scultura, uso et abuso loro

Ottonelli, Giovanni Domenigo ; Berettini, Pietro · p. 244

E quindi fassi luogo al savio operatore di poter secondo il natural lume di ragione cercar diletto in questa vita con varii e honorati modi, de’ quali uno si è mirare le ridicole pitture. E queste sono di due modi : le prime son fatte con imperitia dell’operante, e cagionano più tosto derisione, che riso, conforme al detto di Quintiliano. Anceps ridiculi est, quod a derisu non procul abest risus. (VI, 3). E perciò nota Eliano, che quell’imperito Pittor antico esprimeva tanto imperitamente le cose dipinte, che poi finita l’opera, costretto egli era d’aggiungervi sotto l’esplication scrivendo. Questo è un palazzo. Questo è un cavallo, o altra cosa di simil fatta. Credo, che a tal imperitia ridicolosa alludesse Michel Angelo, quando compertamente, e con gratia disse ad un pittore, che una pietà havea dipinta : « Voi vi sete portato bene, perché è proprio una pietà a vederla. »

1654Publication originale
italienTexte 2756 · Source 370

Il cannocchiale aristotelico, o sia idea delle argutezze heroïche, vulgarmente chiamate imprese, e di tutta l’arte simbolica e lapidaria, esaminata in fonte co’ rettorici precetti del divino Aristotele, che comprendono tutta la Rettorica, e Poetica elocuzione

Tesauro, Emmanuele · p. 53-54

Ma talvolta gabbando si condiscono le imagini con motti falsi. Onde un’humorista, vedendo dipinto al naturale un dottore in medicine, et un altro in leggi : scrivè sotto a quello : non occides ; e sotto a questo : non furtum facies. Et un bizzarro pittore, per trattar di pazzi tutti gli uomini del mondo, espresse in un quadro due Pazzarelli ridenti ad una grata, con queste parole : noi siam tre : contando per terzo pazzarello colui che li mirava. Et potea sicuramente scrivere : noi siam quattro : contando il pittore per il primiero. Un’altro nella stessa tema, dipinse un pazzo, in habito compassato a verde e giallo, col capperone in testa ; che con l’una mano teneva una vescica, e con l’altra il volante, con cui sogliono i fanciulli giocolar contro il vento. Ma in iscambio di faccia gli havea dipinto il Mappamondo ; per significare che tutto il Mondo è matto ; appostovi il detto di colui che fù il più savio, et il più matto di tutti gli uomini : stultorum infinitus est numerus. Ma il Buonarotti, rè de’ pittori, et conseguentemente de’ capricciosi, con due parolette fè dar ne’ rotti disperatamente un suo rivale. Peroch’entrato di furto nella officina di lui ; e vedutovi una caccia studiosamente dipinta ; preso un penello, andò sottoscrivendo a ciascuna figura il suo nome. questi e un cane. questa e una lepre. questo e un albore. Ecco novello stile di satira ; calonniar con la verità, e mordere altrui con parole innocenti. Questo fù un dire : Il pittore è un bufalo ; quasi le sue figure fosser così disfigurate, e lontane del naturale, che a fatica si potesser conoscere senza il nome. Ma l’offeso non andò cercar la vendetta fuor de’suoi scudellini. Peroché riconosciuto lo scrittor della scrittura ; pinse nel medesimo quadro un Diavoletto in guisa di Satiro ; il qual tenendo la tavolozza e il penello ; con occhio livido si stava nascosamente guatando quello caccia da certi arbusti. Et al di sotto vi scrisse : questi e michel’angelo bonarruoti.

1662Publication originale
françaisTexte 2757 · Source 238

L’Art des emblèmes

Ménestrier, Claude-François · p. 44

Les emblemes satyriques sont les peintures iniurieuses, qui se font pour piquer quelqu’un, comme celle de Michel Ange, qui peignit un Cardinal entre les damnez, et qui donna occasion au Pape de faire une response agreable à la plainte que luy en fit ce Cardinal. Monseigneur, luy dit-il, ie puis quelque chose dans le Ciel et sur la terre, et mesme dans le Purgatoire, mais dans l’enfer ie ne puis rien.

Un autre peintre estant sorty de son attelier, Michel Ange pour se moquer de luy, y entra et ecrivit avec un pinceau sous chaque figure de ses tableaux le nom des choses qu’elles representoient, le peintre estant de retour, et voyant la piece que luy avoit fait Michel Ange, ne fit qu’aiouter à son tableau un singe dont le groin representoit tous les traits de Michel Ange, et l’ayant habillé des mesmes couleurs, luy mit des pinceaux en une patte, et en l’autre une pallette, et lui fit barboüiller sous les figures, sans oublier d’ecrire sous celle-cy le nom de Michel Ange à qui il fit apres present de son tableau.

1666Publication originale
françaisTexte 2761 · Source 833

Entretiens sur la vie et les ouvrages des plus excellens peintres anciens et modernes, vol. 1

Félibien, André · p. 131-132

Simon Memmi Entre les tableaux que Simon fit dans l’église de Santa Maria Novella, il y en avoit un de l’histoire de Saint Reinier de Pise, où il representa le Diable dans une posture qui merite bien d’estre décrite, pour vous faire remarquer de quelle maniere les peintres d’alors exprimoient les passions. On y voyoit donc comme Saint Reinier chassoit le Diable qui s’estoit présenté devant luy pour le tenter ; et le peintre pour faire connoistre la confusion et la honte du demon le peignit la teste baissée, les épaules hautes, et le visage couvert de ses mains ; et pensant exprimer encore plus fortement la douleur interieure de cet esprit de tenebres, il luy fit sortir un rouleau de la bouche, où estoit écrit,  Oï me ! non posso più.

En verité, dit alors Pymandre en riant, ces expressions me font avoir une mauvaise opinion des portraits de ce Simon ; et pour moy je croirois quasi que pour bien connoistre les personnes qu’il vouloit representer, il falloit que leur nom fust au bas, et qu’il écrivist, celuy-là est Benoist XI. Celuy-cy est Petrarque ; pour ne pas prendre Madame Laure pour le Pape, et Cimabué pour Madame Laure.

Cette sorte d’écriteaux, luy repartis-je, était une coûtume introduite de la sorte que je vous l’ay dit ; et quoy qu’elle soit tres-grossiere, elle a duré néanmoins assez longtemps, mesme parmy les peintres qui n’étoient pas ignorans, et qui peut-estre ne pouvoient pas s’en dispenser. Car il arrive souvent que ceux qui font travailler, obligent les ouvriers à representer les choses à leur fantaisie ; et ainsi ceux qui sont trop complaisans font quelquefois des tableaux où il y a beaucoup à reprendre. Quoy qu’il en soit, Simon, après avoir vécu soixante ans avec assez de reputation, mourut l’an 1345.

1668Date de rédaction
françaisTexte 2759 · Source 966

Conférence sur Éliezer et Rébecca de Poussin

Champaigne, Philippe de · p. 789

Il ajouta que de quelque caractère qu’un peintre se puisse servir pour expliquer le sujet de son tableau, il se rencontre toujours des interprètes grossiers ou mal intentionnés qui entreprendront d’altérer ou d’obscurcir la vérité de toutes choses, et le peintre qui voudrait satisfaire l’ignorance des uns, ou prévenir la malice des autres, serait à la fin obligé d’écrire dans son tableau le nom des objets qu’il aurait représentés.

1669Publication originale
latinTexte 2760 · Source 349

Graphice, id est, de arte pingendi liber singularis, cum indice necessario

Scheffer, Johannes · p. 68

Cæterum quia ruditas etiam posterioris generis erat summa, ideo adscribere vocabula imaginibus solebant, ut quid esset quæque, titulo saltem nosceretur, uti testis Ælianus est, lib. X c. 10.

1678Publication originale
néerlandaisTexte 2762 · Source 175

Inleyding tot de hooge schoole der schilderkonst

Hoogstraten, Samuel van · p. 245

suit peintres archaïques Zoo slecht een beginsel zou onze heerlijke konst gehadt hebben. Of nu de
beelthouwery of de Schilderkonst ouder is, wil ik niet betwisten, want ik geloof dat
tze, als tweelingen van eender dracht, uit de Teykenkonst zijn geboren. Doch zeer
ruw en ongelekt, want, gelijk Elianus zegt, d’alderoutste Schilders maekten haere
gelijkenissen zoo erbarmelijk, datze’er, dit’s een os, dit’s een paert, of, dit’s een
boom, mosten by schrijven. suite : Dédale

françaisTraduction 2763

Hoogstraten, Samuel van — Inleyding tot de hooge schoole der schilderkonst

Notre noble art aurait donc eu de si mauvais débuts. Je ne veux pas me quereller pour savoir lequel, de l’art de sculpture ou de peinture, est le plus ancien. Je crois en effet qu’ils sont nés de l’art de dessin et qu’ils sont les jumeaux d’une même portée. Mais ils ont d’abord été très grossiers et très peu ressemblants car, comme le dit Elien, les peintres les plus anciens faisaient leurs portraits d’une façon si lamentable qu’ils devaient y ajouter « ceci est une vache », « ceci est un cheval », ou « ceci est un arbre ».

1678Publication originale
néerlandaisTexte 2764 · Source 175

Inleyding tot de hooge schoole der schilderkonst

Hoogstraten, Samuel van · p. 254

Want van die Eeuwen af aen, is de konst gansch vertreeden geweest, en voornamentlijk in Duitslant, zoodanich dat de beste konstenaers de gedaente van het eene dier van het andere niet en wisten te onderscheyden. Daerom moet het niemant vreemt dunken, als hy verstaet, datmen,
 dit’s een Hond, en dit’s een Haes, plach daer by te schrijven.

françaisTraduction 2765

Hoogstraten, Samuel van — Inleyding tot de hooge schoole der schilderkonst

En effet, depuis ces siècles, l’art a été totalement piétiné, et surtout en Allemagne, si bien que les meilleurs artistes ne savaient pas différencier l’aspect de tel animal de celui de tel autre. C’est la raison pour laquelle personne ne doit penser qu’il est étrange d’entendre que l’on avait coutume d’écrire [près des figures les inscriptions :] « ceci est un chien » et « ceci est un lièvre ».

1681Publication originale
françaisTexte 2766 · Source 151

Des peintres anciens et de leurs manières

Germain · p. 106

Ardicès, natif de Corinthe, qui étoit en vogue en Grece avant la guerre de Perse, fut le premier qui inventa le dessein, ou la maniere de profiler et de contretirer avec le crayon et le simple trait, sans mêlange de couleurs ; ce qui n’étoit à la vérité qu’un ouvrage très imparfait, puisqu’il falloit mettre au bas le nom de la personne représentée, pour la donner à connoître. Ideo et quos pingeret, dit Pline, adscribere institutum.

1681Publication originale
françaisTexte 4961 · Source 328

La Réforme de la peinture

Restout, Jacques · p. 89-90

 Toute la terre regreta cette perte [de la Peinture], et dans le desespoir de la trouver, quelques-uns tâcherent de la faire renaistre de ses cendres ; on les vit derechef comme au temps de ses premiers commencemens, peindre les ombres des corps qu’ils remplissoient d’une seule couleur, et qui ne representoient rien mieux que les tristes ombres de tant de peintres massacrés, ce qui les obligeoit d’écrire au dessous ce qu’ils avoient voulu reprensenter, encor ne le pouvoit on bien connoître.

1684Publication originale
françaisTexte 2758 · Source 239

L’Art des emblèmes

Ménestrier, Claude-François · p. 150-151

Des emblêmes satyriques. Si les emblêmes heroïques sont des éloges en tableaux et en peintures, qui font connoistre les belles actions et les vertus des grands hommes, les emblêmes satyriques sont des peintres injurieuses à la reputation des personnes contre lesquels ils sont faits.

Ces emblêmes sont frequens parmy les peintres, quand ils se veulent railler les uns les autres. Ils appellent ces peintures grotesques des charges.

On raconte de Michel Ange qu’estant un jour entré dans l’attelier d’un peintre, et ayant trouvé sur le chevalet un grand tableau qui estoit presque achevé, il prit la palette et les pinceaux, et pour se divertir il écrivit sous chaque figure ce qu’elle representoit. Cecy est un cheval, cecy est un arbre, cecy est un lion, etc. aprés quoy il se retira. Le peintre estant de retour, et voyant son ouvrage barboüillé, reconnut que c’estoit Michel Ange qui luy avoit fait cette plaisanterie, et se doutant bien qu’il ne tarderoit pas de revenir, sans rien toucher à ce qu’il avoit écrit sous ses figures, il se contenta d’ajoûter à son tableau un singe à qui il donna l’air de Michel Ange, et ayant fait tenir à ce singe la palette et le pinceau pour barboüiller, il écrivit au-dessous : Cecy est Michel Ange, à qui il fit present de ce tableau.

Un autre peintre peignit un de ses ennemis sous une image monstrueuse avec des cornes, et une bouche fenduë jusqu’aux oreilles, parce qu’il avait mal parlé de luy, et pour le reste il luy donna autant qu’il put son air et sa figure, écrivant au-dessous Portrait au naturel d’un tel.

1687Publication originale
françaisTexte 2767 · Source 82

Traité de la peinture

Catherinot, Nicolas · p. 2

On peignit premierement les animaux, et de là les Grecs ont appelé les peintres zographes, mais ces premieres peintures estoient si grossières qu’il falloit mettre le nom de chaque chose sus, ou sous chaque figure. C’est un bœuf, c’est un cheval, c’est un asne, etc. Ils n’étaient pas peintres, mais coloristes, mais barboüilleurs, mais charbonistes.

1688–1696Publication originale
françaisTexte 2768 · Source 280

Parallèle des anciens et des modernes

Perrault, Charles · t. I, p. 210-211

L’ABBE — Comme ceux qui apprennent à peindre commencent par apprendre à designer le contour des figures, et à le remplir de leurs couleurs naturelles ; qu’ensuite ils s’estudient à donner de belles attitudes à leurs figures et à bien exprimer les passions dont ils veulent qu’elles paroissent animées, mais que ce n’est qu’après un long temps qu’ils sçavent ce qu’on doit observer pour bien disposer la composition d’un tableau, pour bien distribuer le clair obscur, et pour bien mettre toutes choses dans les regles de la perspective, tant pour le trait que pour l’affoiblissement des ombres et des lumieres. De mesme ceux qui les premiers dans le monde ont commencé à peindre, ne se sont appliquez d’abord qu’à representer naïvement le trait et la couleur des objets, sans desirer autre chose, sinon que ceux qui verroient leurs ouvrages pussent dire, voila un homme, voila un cheval, voila un arbre, encore bien souvent mettoient-ils un écriteau pour épargner la peine qu’on auroit euë à le deviner. Ensuite ils ont passé à donner de belles attitudes à leurs figures, et à les animer vivement de toutes les façons imaginables : et voila les deux seules parties de la peinture, où nous sommes obligez de croire que soient parvenus les Apelles et les Zeuxis, si nous en jugeons par la vray-semblance du progrez que leur art a pû faire, et par ce que les auteurs nous rapportent de leurs ouvrages.

1693–1695Date de rédaction
françaisTexte 2771 · Source 225

Discours sur les ouvrages des plus excellents peintres anciens et nouveaux

Loménie de Brienne · col. 175

Vers. 129 Brienne commente l’Art de peinture de Du Fresnoy dans l’édition de de Piles (1668).. Que la principale figure du sujet etc. La remarque est judicieuse. Si le sujet ne se débrouille d’abord aux yeux des regardeurs, il falloit y avoir mis un écriteau : C’est Macé, c’est Gombault, comme dans nos vieilles tapisseries.

1694Publication originale
latinTexte 2770 · Source 846

De pictura veterum

Junius, Franciscus · p. 13

Artes primitus nascentes imperfectiones esse solent Quam tenuia fuerint olim hujus initia, ex Æliano facile intellegas. Is enim variorum Hist. lib. X, cap. 10 tradit, primos illos artifices, cum ars jam primum excoli coepisset, et quodammodo in lacte adhuc fasciisque versaretur, adeo rudi atque impolito penicillo animalia expressisse, ut necesse habuerint informinbus figuris adscribere, Hoc est bos, illud equus, hoc arbor. Vide quoque Aristot. Problem . cap. 10. suite : Dibutade et Dédale

1699Publication originale
françaisTexte 2772 · Source 287

Abrégé de la vie des Peintres, avec des reflexions sur leurs ouvrages, et un Traité du Peintre parfait, de la connoissance des Desseins et de l’utilité des Estampes

Piles, Roger de · p. 139

Un de ses amis nommé Bruno, le consultant sur le moïen de donner plus d’expression à son sujet, Bufalmaco lui répondit qu’il n’y avoit qu’à faire sortir les paroles de la bouche de ses figures par des rouleaux où elles seroient écrites. Bruno crût de bonne foi cet avis, qui ne lui avoit été donné qu’en plaisantant, et s’en servit dans la suite, comme ont sottement fait plusieurs peintres après lui, qui, pour enchérir sur Bruno, ajoûterent des réponses à des demandes, faisant faire à leurs figures une espece de conversation.

1725Publication originale
françaisTexte 2776 · Source 131

Histoire de la peinture ancienne, extraite de l’Histoire naturelle de Pline, liv. XXXV, avec le texte latin, corrigé sur les mss. de Vossius et sur la Ie ed. de Venise, et éclairci par des remarques nouvelles

Durand, David · p. 11; 168

Ce fut un autre Corinthien, nommé ARDICES, ou un Sicyonien, nommé TELEPHANE, qui commencerent à l’exercer ; à la vérité encore sans couleur, mais en ajoutant, au premier trait, ces lignes et ces distinctions intérieures, qui forment les membres et les drapperies : ce qui n’empêchoit pas que, dans ces commencemens, le dessein étant encore si informe, et le coloris n’en étant pas, les figures fussent assez peu ressemblantes, pour avoir besoin d’écrire, au bas du tableau, le nom des objets[1] Surtout par rapport aux animaux à quatre-piez, dont il y en a plusieurs qui se ressemblent. C’est ainsi qu’il faut entendre ce passage, sans s’arrêter au ridicule qu’y a voulu donner un prédicateur du XVIIe siècle : Ce n’étoit pas, dit-il, en parlant d’Apelle, comme ces badauds, qui étoient si niais, que pour peindre un cheval, ils faisoient un âne, ou un bœuf, et encore si mal fagoté, qu’il falloit écrire en gros cadeaux, Messieurs, ceci est un âne, ceci est un buffle : encore mentait-il, car ils étoient deux, lui le beau premier, et celui qu’il avoit peint, l’autre : et encore ne sais qui étoit le plus grossier. Essai des merveilles de nature, p. 330. qu’on avoit voulu représenter.

Note au texte latin, p. 168 :

(A) Ideo et quos pingerent ascribere institutum. Quand la peinture commença à paroître, et qu’elle étoit encore, pour ainsi dire, dans le laict et dans les langes, ces premiers dessinateurs représentoient les animaux avec si peu d’art et de ressemblance, qu’ils écrivoient eux-mêmes au bas de leurs figures : ceci est un bœuf ; ceci est un cheval. C’est Élien, qui nous rapporte ce fait au liv. X. ch. 10 de ses Hist. Divers. Sur quoi M. Perizonius remarque fort bien, qu’il faut distinguer 2 choses, par rapport à l’antiquité de la peinture : savoir les premiers crayonnemens de ces particuliers oisifs, qui traçoient sur le blanc, avec du noir, une idée grossière des objets ; et le dessein même, réduit en art et en pratique, par des ouvriers qui en firent profession. C’est Pline lui-même, qui lui a fourni cette idée : Inuentam dicunt a Philocle…primi exercuere Ardices, etc.

1740Publication originale
anglaisTexte 2777 · Source 377

A Treatise on Ancient Painting

Turnbull, George · p. 38

They also seem to have been rather designers than painters, and but very indifferent designers too. Nay the art appears to have been in a more imperfect state in their time, than in that of Giotto and his immediate successors: for before Ardices of CorinthPrimi exercuere Ardices Corinthius, et Telephanes Sicyonius, sine ullo etiamnum hi colore ; iam tamen spargentes lineas intus ; ideo et quos pingerent adscribere institutum. Primus inuenit eos colores, testa ut ferunt, trita, Cloephantus Corinthius., Telephanes of Sicyon, and Crato of the same city, painting was no better than served just to represent the bare shadow of a man, or any animal; which was done by circumscribing the figure they intended to express, whatever it was, with a single line only; a simple manner of drawing called sciographia (sic). They began to add new lines (by way of shadowing to their figures) which gave them some appearance of roundness, and a little more strengh. And this manner was called graphice. But so imperfect was this way of delineating objects, that they found it not unnecessary to write under every piece, the name of what it was designed to represent.

1742Publication originale
espagnolTexte 2774 · Source 267

Las Vidas de los pintores y estatuarios eminentes españoles que con fus heroycas obras, han ilustrado la Nacion

Palomino, Antonio · vol. 1, p. 99-100

suit origine de peinture Y Eliano dice, se hallaba entonces la Pintura como en su infancia, envuelta en pañales y fajas, y que los primeros artífices tan rudamente, y con pincel tan inculto formaban las imágenes de las cosas, que les era forzoso subscribirlas el nombre de lo que pretendían representar.

15 juin 1745Date de rédaction
françaisTexte 2778 · Source 88

« Éclaircissements sur quelques passages de Pline qui concernent les arts du dessin »

Caylus, Anne-Claude Philippe de Tubières, comte de · p. 252

Par là le dessein prit une forme régulière, et dès lors on commença à pouvoir discerner, et à reconnoître les traits des personnes que l’artiste avoit eu intention de représenter. C’est ainsi que j’expliquerois ce passage de Pline : ideo et quos pingerent (Ardices et Telephanes) adscribere institutum. Remarquons qu’il emploie le mot quos qui a rapport aux personnes, et que par conséquent il s’agit ici de portrait et non de représentation indistincte d’autres objets : autrement il se serait servi du mot quae qui est plus général. Cette remarque est nécessaire pour montrer que mon explication est préférable à celle que Jean-Baptiste Adriani et depuis lui le sieur Durant ont donnée du même passage de Pline. Le premier, dans sa lettre italienne écrite à George Vasari, le traduit ainsi : E percio che essendo le figure d’un color solo, non bene si conosceva di cui elle fossero imagini, hebbero per costume di scrivervi a pié, chi essi havevano voluti rassembrare. Le second, dans l’histoire de la peinture ancienne, l’explique de cette manière : les figures dans les commencemens étoient assez peu ressemblantes, pour avoir besoin d’écrire au bas du tableau les noms des objets qu’on avoit voulu représenter. Je ne rapporte point ce que dit à ce sujet le P. Hardouin, dans la crainte d’alonger un Mémoire déjà trop long, et je fais grâce de du Pinet.

Voilà deux explications bien opposées à la mienne. L’Adriani prétend que ce qui empêchoit les figures des deux artistes dont il est ici question, d’être ressemblantes, c’est que ces artistes n’y avoient employé qu’une seule couleur : les deux interprètes se réunissent pour trouver dans le manque de ressemblance, la raison qui déterminoit à écrire des noms au bas des tableaux. Mais ces deux explications sont aussi mauvaises l’une que l’autre ; et, si je ne me trompe, on ne peut pas donner aux paroles de Pline un autre sens que celui que je viens de proposer : sans cela Pline me paroîtroit inconséquent. Il fait un mérite aux deux Grecs d’avoir perfectionné l’art ; de l’avoir soûmis à des règles (exercuere) dans un temps où le secours de la couleur, si propre à rapprocher de la vérité la représentation des objets, leur manquoit absolument, sine ullo colore. Comment donc avoient-ils opéré ? De quels moyens s’étoient-ils servis pour hâter les progrès de leur art ? jam spargentes lineas intus : c’étoit en perfectionnant les formes ; c’étoit en améliorant le dessein, en ajoûtant de nouveaux traits à ceux que l’ombre avoit enseignés par hasard ; en un mot, en figurant par des contours les parties intérieures que l’ombre ne dessine point. Voilà ce qui les rendit singuliers, et ce qui commença à faire reconnoître les personnages qu’ils avoient entrepris de représenter ; car, encore une fois, c’étoient des portraits qu’ils faisoient, et le premier dessein qui donna l’idée de l’art, fut lui-même, comme tout le monde le fait, fait pour un portrait, et ideo quos pingerent adscribere institutum. Quoi, parce qu’ils avoient mieux fait que ceux qui les avoient précédés ; parce que la peinture, dans l’état où ils l’avoient mise, approchoit davantage de l’imitation de la nature, il en avoit résulté la nécessité d’écrire au bas de leurs tableaux ce qu’ils y auroient voulu représenter ; sans quoi on ne les eût pas reconnus, tant la ressemblance étoit peu exacte ? Ce raisonnement ne convient point à Pline ; il me paroît absurde, et c’est mal à propos qu’on le lui prête.

10 novembre 1753Date de rédaction
françaisTexte 2780 · Source 85

« De la peinture ancienne »

Caylus, Anne-Claude Philippe de Tubières, comte de · p. 240

Pline dit que les Égyptiens et les Grecs se disputaient l’honneur d’avoir inventé la peinture, mais quoiqu’il en puisse dire, on ne doit chercher qu’en Égypte le principe de tous les arts. Du reste, il n’y a aucun inconvénient à supposer que la découverte du dessein a été faite comme Pline l’a exposée. D’ailleurs, il ne nous importe en quel pays la chose est arrivée, mais le dessein, continue l’auteur Liv. 35, ch. 3., fut bientôt réduit en art, avant même que l’on se fut servi d’aucune couleur. Téléphanès de Sicyone et Ardicès de Corinthe avaient déjà commencé à le perfectionner en essayant d’exprimer les parties que le contour extérieur renfermait, telles que les yeux, la bouche, le nez, etc., dans un visage vu de face, en perfectionnant la forme, en épurant le dessein, en multipliant les traits pour ajouter à ceux que l’ombre avait enseignés par hasard. Ce fut ainsi que le dessein prit une forme régulière, et dès lors on commença à pouvoir discerner et à reconnaître les traits des personnes en particulier. L’artiste même pouvait écrire au bas du portrait, et sans donner une trop faible idée de son talent, le nom de celui qu’il avait eu intention de représenter pour instruire la postérité. Cet usage a même été conservé sur les monnaies et je crois que nous le négligeons trop. En effet, un portrait privé d’un tel secours n’a plus d’autres mérites, après un temps même assez court, que celui des talents de l’artiste ; mais, indépendamment de toutes les autres raisons que l’on pourrait alléguer contre notre usage, les parties de la peinture ne sont pas piquantes pour tout le monde. On ne peut même douter qu’un nom tel qu’il soit ne serve en premier lieu à fixer la mémoire sur la peinture même, et en second lieu ne donne une sorte de vie à une opération de l’art assez froide en elle-même, puisqu’elle est nécessairement privée d’action. Mais quel mérite ce nom n’ajoute-t-il pas au portrait quand il est célèbre ? Ce serait donc une association avantageuse pour l’artiste et pour celui qui se fait peindre. On a senti cette nécessité dans les portraits gravés où l’on a, généralement parlant, soin de conserver l’usage des noms.

20 mars 1753Date de rédaction
françaisTexte 2779 · Source 198

Mémoire sur la manière dont Pline a parlé de la peinture

La Nauze, abbé de · p. 235

suit origines de la peinture Quoi qu’il en soit, ces deux auteurs des portraits dessinés furent, selon Pline, les premiers qui exercèrent l’art de représenter la figure sur une surface égale et unie. En effet, la première méthode, celle du contour extérieur, ne marquant pas les traits du visage et ne rendant point la personne reconnoissable, n’avoit donc point représenté la figure. Ils furent aussi les premiers, ajoûte Pline, qui écrivirent sur leur ouvrage le nom de la personne représentée. La précaution auroit été fort inutile dans la première méthode, qui ne représentant point la figure, n’auroit excité, par l’addition du nom, la curiosité ni de la postérité, ni des étrangers, ni de personne.

1759Publication originale
françaisTexte 2782 · Source 663

Lettre critique, a un ami, sur les ouvrages de Messieurs de l’Academie, exposés au Sallon

· (Deloynes, VII, 90), p. 12-14

Mais puisque je suis en train de disserter, permettez-moi, Monsieur, une petite digression sur un point que l’Antiquité semble avoir adopté, et qu’on a faussement pris pour regle.

J’entreprends de combattre un abus reçu de tous les tems, confirmé par l’usage, et malheureusement suivi par de grands hommes. Je ne me flatte pas d’y réussir, mais j’aurai du moins fait tous mes efforts, et j’espere que les amateurs de la vérité m’en sauront bon gré. C’est du faux sublime, et du faux merveilleux que je veux parler ; j’ai tâché d’en découvrir l’origine, et je crois y avoir réussi.

Quand la peinture était encore au berceau, les artistes de ce tems étaient, comme on sçait, souvent obligés d’écrire au bas de leurs ouvrages : ceci est UN HOMME, UN BŒUF, UN ELEPHANT, etc. etc. Ils faisaient plus dans leurs tableaux d’histoire, on voyait sortir de la bouche de leurs figures des rouleaux de papiers qui contenaient ce que le peintre avait voulu exprimer ; les autres leur répondaient par de pareils rouleaux, et cela formait une espece de dialogue assez singulier. Le tems, qui perfectionne toutes choses, produisit dans la suite des hommes qui surent peindre l’ame et les sentimens ; la toile devint animée, et les dialogues cesserent. Pour revenir à ces Anciens, ils crurent avoir trouvé, par un effort de génie, le moyen de caractériser leurs têtes de Dieu, de saints, etc. en les environnant de gloire ; les arts croissant insensiblement, les uns les supprimerent, et suivirent en cela le conseil de la nature, d’autres leur substituerent une espèce de cercle lumineux, qui, quoique faux, ne détruisait pas entierement les parties éclairées. Mais la plus grande partie crurent, en les laissant, avoir surpassé les bornes de l’art ; les plus beaux tableaux perdirent une partie de leurs effets, et l’erreur s’est accrue au point où nous la voyons ; de sorte que, pour juger des tableaux de ce genre, il faut se prêter, malgré soi, à l’illusion, qui n’a pas souvent le moindre fondement.

Le faux est toujours fade, ennuyeux, languissant ;
Mais la nature est vraie, et d’abord on la sent
.

Il est cependant des sujets où l’on ne pourrait pas s’en dispenser sans pécher contre l’histoire : tel, par exemple, que l’apparition du Seigneur à Moïse, celle des anges aux bergers, la Naissance du Sauveur, etc. La fable le souffre aussi dans plusieurs endroits ; l’allégorie l’exige encore ; un peintre aurait mauvaise grace de n’oser prendre l’essor, et de ne pas sortir quelquefois de la route ordinaire ; mais l’abus en est dangéreux. En vain un peintre aura surchargé une tête de rayons ; en vain croira-t-il avoir assez fait sentir la divinité ou la sainteté de son sujet ; il ne préviendra jamais que le stupide Vulgaire fait pour tout admirer. C’est ce feu divin, c’est cette ame qui doit animer cette tête ; c’est ce tour noble et imposant qui doit déifier cette figure, et la faire connaître pour supérieure aux autres ; autrement il ne trouvera jamais grâce devant un connaisseur détaché de préjugés, à moins qu’il ne retourne à l’ancien systême des rouleaux : alors on lui pardonnera peut-être en faveur de sa docilité aveugle ; il pourra même espérer la même indulgence de la postérité, qui le croira contemporain de ces premiers maîtres.

1765Date de rédaction
françaisTexte 2781 · Source 754

Salon de 1765

Diderot, Denis · p. 207

Certainement cet homme peint sans savoir ce qu’il fait ; il ne sait pas encore ce que c’est qu’un sujet, il ne se doute pas qu’il doit être caractérisé par quelques circonstances essentielles ou accidentelles qui le distinguent de tout autre. Quand il a placé devant un paysan un peu singulièrement vêtu une jeune fille soucieuse debout ; à côté d’elle une vieille femme attentive ; qu’il a jeté par-ci par-là quelques arbres, et fait sortir d’entre ces arbres la tête d’un jeune paysan qui rit, il imagine que je dois savoir que c’est le devin de Village. On dit qu’un bon homme de peintre qui avait mis dans son tableau un oiseau et qui voulait que cet oiseau fût un coq, écrivit au dessous : C’est un coq. Sans y entendre plus de finesse, M. Briard aurait fort bien fait d’écrire sous les personnages de son tableau : Celui-ci, c’est un devin ; celle-là, c’est une fille qui vient le consulter ; cette autre femme, c’est sa mère ; et voilà l’amant de sa fille. Fût-on cent fois plus sorcier que son devin, comment devine-t-on que celui qui rit est d’intelligence avec le devin ? Il faut donc encore écrire : Ce jeune fripon et ce vieux fripon-là s’entendent. Il faut être clair, par n’importe quel moyen.

1766-1773Date de rédaction
françaisTexte 2787 · Source 123

Le Pour et le contre. Pline et les anciens auteurs qui ont parlé de peinture et de sculpture

Diderot, Denis ; Falconet, Étienne · p. 211

Vous me défiez de vous citer une seule misère qui soit dans le tableau de Polygnote. Eh ! mon ami, les noms écrits sur chaque personnage, n’en est-ce pas une grande ? Petite observation, direz-vous : pas si petite, parce que ces noms supposaient les spectateurs assez dépourvus de goût et de connaissance pour avoir besoin de ce guide-âne.

1772Publication originale
françaisTexte 2783 · Source 136

Traduction des XXXIV, XXXV et XXXVI livres de Pline l’Ancien, avec des notes

Falconet, Etienne · t. I, p. 255-256

Ce seroit dommage de priver le lecteur d’une assez plaisante note qu’a faite M. l’abbé Gedoyn à propos des écriteaux plaqués auprès de chaque figure : on verra du moins que si le tableau de Polygnote a été mal décrit, le traducteur de la description renchérit de son mieux sur son original. « Cet endroit nous aprend que dans ce tableau où il y avoit plus de 80 figures, chaque figure principale étoit marquée par une inscription ; c’étoit l’usage des peintres de l’ancien tems (de celui de l’ignorance de l’art), et je ne puis croire que ces tableaux en fussent défigurés, puisqu’ils ont fait l’admiration des Grecs et des Romains dont le goût pour la peinture valoit bien le nôtre. Un usage contraire a prévalu et fait souvent d’une belle tapisserie ou d’un beau tableau, une énigme pour les regardans : ces inscriptions donnoient d’abord l’intelligence du sujet et mettoient le spectateur à portée de juger si chaque partie du sujet était bien exécutée. » Quiconque sait en gros l’histoire grecque, trouvera peu vraisemblable qu’à Delphes, dans la 84e Olympiade, la prise de Troye fut une énigme pour les regardans. Il semble voir M. Gedoyn se promener dans les ruës de Paris un jour de fête-Dieu, lire avec satisfaction le petit rouleau qui sort de la bouche des personnages dans les tapisseries gothiques, et leur donner ainsi la préférence sur celles qui n’ont pas d’écriteau. Il faut pourtant convenir que dans un siècle où les arts ont fait tant de progrès, il est triste d’entendre encore d’aussi pauvres raisonnemens. Qui croiroit qu’un homme d’esprit ôseroit dire qu’une inscription à côté d’une figure, mettroit à portée de juger si cette figure est bien exécutée ? Un autre auroit dit au moins, bien pensée. La populace dit sans doute beaucoup d’impertinences quand elle est devant un tableau où elle ne voit ni le nom des personnages, ni l’annonce du sujet ; deux choses qu’il ne faut pas confondre. Mais comme un tableau n’est pas fait pour la populace exclusivement, les spectateurs instruits instruisent ceux qui ne le sont pas, surtout quand ce tableau reste public ; et l’on doit laisser à l’enfance de l’art, la petite inscription ; parce qu’alors n’ayant pas d’idée de l’éffet général, on n’aperçoit pas que l’inscription puisse détruire un accord qu’on ne connoît point. Ainsi quand la peinture ne parloit pas encore, elle avoit besoin de ce maussade interprète. Cependant, voyez le peuple ignorant écouter une tragédie où les personnages sont nommés, et dites s’il sait bien ce qu’il voit et ce qu’il entend. La connoissance des noms a-t-elle jamais apris à bien juger d’un drame et d’un tableau ?

1772Publication originale
françaisTexte 2789 · Source 136

Traduction des XXXIV, XXXV et XXXVI livres de Pline l’Ancien, avec des notes

Falconet, Etienne · p. 11-12

suit Apelles faciebat Non seulement ils avoient soin d’inscrire leur nom ; ils mettoient encore dans leurs tableaux une espère d’écriteau qui en indiquoit le sujet. Nous apprenons par l’exemple de Polygnote, que longtemps après que l’art eût commencé à jouir d’un nouvel éclat, ils plaçoient au bas de chaque figure le nom du personnage qu’elle représentoit ; en sorte que la plupart des anciens tableaux devoient être chargés d’inscriptions ; ce qui formait certainement une bigarrure peu agréable. Qui croiroit qu’un auteur moderne conseille à nos artistes d’employer ce ridicule expédient, selon lui très ingénieux ?Voyez ce que nous en rapportons au §. XVII. Pétrone se moque de cet usage. V. Festin de Trimalcion, et la note françoise.

1773Date de rédaction
françaisTexte 2784 · Source 664

Dialogues sur la peinture

· (Deloynes, X, 147), p. 25

M. FABRETTI— Par exemple, quel est ce sujet là ?

M. REMI — C’est Saint Louis mourant de la peste, et à côté une princesse qui s’évanouit par le pathétique Bea…

M. FABRETTI— Il vous plaît de déviner cela, car le tableau n’en dit pas un motIl est vrai qu’on est furieusement perplexe en voyant ce tableau. Le rouleau est indispensable pour le Roy, mais pour la Reine, n’en déplaise au Prélat romain, je ne le trouve nécessaire que pour constater la qualité : parce que réellement la tournure des deux femmes les ferait prendre pour deux marmottes, qu’on a fait monter pour rejouir le malade ; car pour l’évanouissement, quoique au premier coup d’œil on ne sçache pas si c’est une attitude d’aisance, un air penché ; cependant en regardant de près, on voit à merveille qu’il y a dans l’une de l’indisposition, parce que l’autre a l’air de lui tirailler les cheveux et de la cogner sur le dos, ce qui, comme on sçait, est la méthode de secourir les évanouis. Il lui étoit aussi facile de rendre la chose claire comme le jour, en faisant sortir de la bouche du Roi et de la Princesse deux petits rouleaux, dont l’un eût dit : Je meurs de la peste, et l’autre je m’évanoüis. De même que M. l’E. par un simple rouleau, portant, je juge et je me fâche, eût tiré tout le monde d’embarras.

M. REMI — Ces rouleaux n’ont été en usage que chez les anciens peintres, ils furent bannis comme vous savez, quand Raphaël parut, et Monsieur Pi… ne voudroit peut-être pas les ressusciter.

MILORD — Comment, est-ce qu’il voudrait parler le langage de Raphaël sans l’avoir jamais appris ? Il ne saurait y avoir entr'eux une langue commune ; allons, qu’il laisse-là Raphaël, et nous donne des rouleaux.

1776Publication originale
françaisTexte 2788 · Source 475

Anecdotes des beaux-Arts, contenant tout ce que la peinture offre de plus piquant chez tous les peuples du monde

Nougaret, Pierre Jean Baptiste ; Leprince, Thomas · t. I, p. 7-8

On fut longtemps à dessiner sans aucune couleur, et à l’employer que du charbon, ou quelque autre matière noire. L’art de peindre consistoit alors à former les figures d’un seul trait, ou d’une simple ligne ; et comme la représentation étoit très informe, les premiers artistes imaginèrent d’écrire au bas du tableau le nom de la chose qu’ils avoient voulu peindre. Cet usage s’observait surtout pour les figures des animaux, dont quelques-unes se ressemblaient entre elles.

Un ancien auteur françaisÉtienne Binet., voulant louer Apelle, dit à ce sujet : « Il ne faisoit pas comme ces badauds, qui étoient si niais, que, pour peindre un cheval, ils faisoient un âne ou un bœuf, et encore si mal fagoté, qu’il falloit écrire en gros caractères, Messieurs, ceci est un buffle, ceci est un âne ; encore mentaient-ils ; car ils étoient deux : lui, le beau premier, et puis celui encore qu’il avoit peint ; et encore, ne sais qui étoit le plus âne ».

1783Publication originale
françaisTexte 2785 · Source 665

Le Triumvirat des arts, ou dialogue entre un peintre, un musicien et un poete, sur les tableaux exposés au Louvre

[Lefébure, Louis-François-Henri] · (Deloynes, XIII, 305), p. 17

LE POETE — N’est-il pas singulier qu’aucun peintre vivant ne se soit appliqué à rendre la diversité d’effets que produisent sur le visage les diverses passions de l’âme ? Ce qui place deux de nos anciens peintres à côté de Raphaël, c’est pourtant d’avoir tourné presque tous leurs soins du côté de l’expression ; en effet, qu’est-ce qu’un tableau parfaitement dessiné, séduisant à l’œil par des masses de clair et d’ombre, si, lorsque je veux arrêter ma vûe sur les personnages, partout je retrouve tel ou tel modèle déguisé en Achille, en Ulysse, en Bacchus ? Que me fait que l’on ait imprimé dans un catalogue : c’est ici la veuve d’Hector, si je ne vois qu’une femme ordinaire implorant la bonté du Ciel en faveur d’un moribond ? Je préfère l’adresse de ce peintre, assez connu, qui prenoit la peine d’écrire lui-même sur ses tableaux : ceci est un coq ; par cette ingénieuse précaution il évitoit au spectateur le soin d’acheter un livre.

1788–1791Publication originale
françaisTexte 2792 · Source 404

Encyclopédie méthodique. Beaux-Arts

Watelet, Claude-Henri ; Levesque, Pierre-Charles · p. 92

Lorsque les arts du dessin, de la sculpture et de la peinture sont au berceau, c’est aux caractères les plus généraux que s’attachent ceux qui les exercent ; et leurs chefs-d’œuvres consistent à faire distinguer, dans les représentations qu’ils entreprennent, un homme d’avec une femme, et un cheval d’avec un bœuf.

1788–1791Publication originale
françaisTexte 2791 · Source 958

article « Peinture chez les Grecs », Encyclopédie méthodique. Beaux-Arts

Watelet, Claude-Henri ; Levesque, Pierre-Charles · p. 641

On sait que Polygnote écrivoit sur ses ouvrages le nom des figures qui y étoient représentées, et cette pratique sauvage prouve qu’il ne connoissoit pas l’effet.

1792–1797Publication originale
françaisTexte 2794 · Source 667

Gazette française. Papier-nouvelles de tous les jours et de tous les pays

· p. 2

Il est un homme en France qui, avec quelques talents, n’a joui depuis la Révolution que de la célébrité que donne le ridicule. […] On dit que cet homme s’appelle Target ; le reconnaîtra-t-on au portrait que nous en avons tracé ? Ou nous applaudira-t-on d’avoir imité les premiers peintres qui écrivaient au bas de leurs tableaux le sujet qu’ils avaient voulu représenter ?

1795–1796Publication originale
italienTexte 2793 · Source 666

Storia pittorica dell’Italia

Lanzi, Luigi · t. I, p. 37

Buffalmaco, quell’uomo faceto […] lavorò anco prima che in Camposanto, in S. Paolo a Ripa d’Arno, ov’ebbe compagno un tal Bruno di Giovanni, già suo discepolo, e creduto autore di una S. Orsola in tavola, che pur esiste nella Commenda. Fu suo stile non potendo arrivare alla espressione di Buffalmaco, supplir co’ caratteri, e dalla bocca delle figure fare uscir parole che spiegassero ciò che i volti e le mosse non sapean dire ; nel che era stato preceduto da Cimabue, e fu seguito dal bizzarro Orcagna e da altri.

1803Publication originale
françaisTexte 4807 · Source 791

Discours historique sur la peinture ancienne

Émeric-David, Toussaint Bernard · p. 23

Mais qu’était la peinture jusqu’à cette époque ? elle se réduisait au dessin, ou, pour mieux dire, au simple trait terminal ; et ce ne fut qu’alors qu’Ardicès et Téléphanès jetèrent plusieurs autres traits dans l’intérieur du dessin, mais avec si peu d’art, que, pour reconnaître les portraits qu’ils avaient voulu faire, on était obligé d’écrire à côté le nom de la personne qu’ils représentaient. C’est ce que nous assure Ælien, en disant que dans l’origine de la peinture, lorsque cet art était encore au berceau, les peintres représentaient si grossièrement les animaux, qu’ils étaient obligés d’écrire au bas de leurs tableaux : C’est un bœuf, c’est un cheval, c’est un arbreVoyez Ælien, Hist., liv. X, chap. x.

Iconographie

Œuvres associées

Une galerie compacte, sans recadrage forcé. Les métadonnées absentes restent absentes.

Références

Bibliographie liée

Les identifiants historiques restent visibles pour permettre la vérification scientifique.

  1. Réf. 639

    Chastel, André « L’iconotexte bouffon »

    Lieu et maison d’édition : In Giovanni Pozzi (éd.), Forme e vicende, Padoue, Antenore, p. 187-194.

  2. Réf. 517

    Hénin, Emmanuelle "Ceci est un bœuf" : la querelle des inscriptions dans la peinture

    Lieu et maison d’édition : Brepols.

  3. Réf. 643

    Lissarrague, François ; Frontisi-Ducroux, Françoise « Graphein : écriture et image dans la céramique attique »

    Lieu et maison d’édition : Actes du colloque tenu au centre Louis Gernet, Mêtis, volume XIII.

  4. Réf. 641

    Lissarrague, François « Graphein : écrire et dessiner »

    Lieu et maison d’édition : In Christiane Bron et Effy Kassaplogou (éd.), L’Image en jeu, Yens-sur-Morges, p. 189-204.

  5. Réf. 638

    Lissarrague, François « Paroles d’images : remarques sur le fonctionnement de l’écriture dans l’imagerie attique »

    Lieu et maison d’édition : In Anne-Marie Christin (éd.), Écritures II, p. 71-93.

  6. Réf. 642

    Maginnis, Hayden B.-J. Painting in the Age of Giotto. A Historical Reeevaluation

    Lieu et maison d’édition : The Pennsylvania State University Press

  7. Réf. 640

    Ringbom, Sixteen « Action and Report : the Problem of Indirect Narration in the Academic Theory of Painting »

    Lieu et maison d’édition : Journal of the Warburg and Courtauld Institute, volume 52, p. 34-51.