Anecdote · Fiche 48

Parrhasios, Prométhée

Fortune textuelle et iconographique d’un récit antique, ordonnée par sources, langues et représentations.

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Identifiant historique
48
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Chronologique

Chronologie documentaire

Chronologie des attestations et de la transmission

38 textes affichés

1553Publication originale
italienTexte 4863 · Source 1060

Vita di Michelagnolo Buonarroti

Condivi, Ascanio · p. 117-118

Qui cade in acconcio di togliere dalla mente del volgo ignorante una certa mala voce, che si sparse dopo la morte del Buonarotti, che avendo egli sì bravamente studiato anatomia, col fine di far più maravigliose le sue statue e pitture, spezialmente quelle del Giudizio Universale, che egli dipinse nella facciata della Cappella di Sisto; facendo continuamente notomia de'cadaveri umani, per dipignere un Crocifisso, ammazzasse a bella posta un facchino: e ciò facesse per ritrarlo in quell'atto compassionevole, che sperava, meglio così far conoscere la sua perizia ed arte. Ciò è falsissimo: e ben si comprende dalle sensate persone, che tale stravagante ciarla non poteva venire in capo ad altri, che a un Frate ignorante, il quale ebbe il coraggio (senza addurne le prove e i testimoni) di farlo noto al popolo un giorno dal pulpito, in cui declamava; il che si narra da Monsig.Sarnelli a carte 327 delle sue Lettere Ecclesiastiche. A me reca maraviglia, che questo dotto scrittore si mostrasse propenso a crederlo, e molto più a scriverlo. Se il Crocifisso dipinto da Michel Agnolo fosse quello, che ora, come mi fu detto, in Londra si conserva, e si vede nella Galleria di un certo Signor grande: o quello, che in un piccol quadretto si vede, e si ammira in questa Regia Galleria, e forse può essere il modello del quadro maggiore che è in Londra; dico che queste sole opere a noi note, ed altre immagini di Gesù Cristo Crocifisso lodate dal Vasari, e da altri, opere tutte del gran Michelagnolo, bastano a convincere tal voce di falsità, e d'impostura; oltre di che ci resta a considerare l'integrità de' costumi, e la bontà, e la pietà di esso in più luoghi celebrata dal Condivi, dal Vasari, e da altri moltissimi scrittori altamente commendata. Il Sig. Barone Filippo de Stoch conserva nel suo ricchissimo Museo un quadro alto poco meno di mezzo braccio, in cui in terra cotta è effigiato a bassorilievo il cattivo Ladrone confitto in Croce con nostro Signore Gesù Cristo, ed è oltremodo stupendo, e maraviglioso; poichè nello scontorcimento, che fa, nell'atto di spirare, di tutte le membra del suo corpo; nel gettare all'indietro il suo capo, col volto pieno di rabbia, di dolore, colle ciglia aggrottate, esprimenti lo spasimo, ed in somma ogni più sensibil pena; clla bocca aperta, quasi che urli, e strida: meriterebbe certo, che disegnato fosse, ed intagliato da un peritissimo artefice, sicchè almeno un'esatta copia passasse sotto gli occhi di tutti gl'intendenti; perché ne arguissero dell'originale l'orrida vera bellezza, e l'ultimo squisito gusto e pulitezza nella muscoleggiatura del corpo. Chi vede questo insigne lavoro potrebbe sospicare, che fosse vero quel che con troppa dabbenaggine, e simplicità fu detto. Ma Michelagnolo non aveva bisogno di questo, ne si sa che al naturale tenesse uomini nudi, come altri pittori e scultori hanno fatto, e come fece il Sansovino, che per fare la stuatua del suo Bacco, fece impazzare, e morire il suo garzone Pippo.

1604Publication originale
latinTexte 4881 · Source 1078

M. Annaei Senecae rhetoris suasoriae, controversiae, declamationesque excerptas, cum uberioribus notis et conjecturis

Schott, André · p. 219

Parrhasius pictor Atheniensis. De hoc pictore multa Plinius li.  xxxv Natur. Hist. cap. x. Fictum autem argumentum puto a Declamatorib. quale et illud nostra memoria falso dici existimo de Michaële Angelo Bonarotto Florentino nostræ ætatis Apelle, sculptore quoque et architecto insigni pretio quemdam conductum cruci affixisse, quem et expirare permisit, ut Seruatoris in cruce passi, imaginem viuam depingeret.

1633Publication originale
espagnolTexte 2619 · Source 915

Don Juan de Iauregui, cavallerizo de la Reina nuestra señora, cuyas universales letras, y emenencia en la Pitura, han manifestado a este Reino, y a los estraños sus nobles estudios

Jauregui, Don Juan de · fol. 197v

suit Protogène Ialysos Pide tambien toda virtud, y con el mismo Parrasio se prueva; pues aunque leemos deste Pintor aquel delito de aver atormentado y muerto a un esclavo, para trasladar del a Prometeo, ya se vè que es mera ficcion del viejo Seneca en sus controversias, para fundar sobre aquel supuesto ingeniosas abogacias de oratoria, como de ordinario acostumbran los que escriven declamaciones. suite Parrhasios orgueil

1633Publication originale
espagnolTexte 2620 · Source 961

Parece de Juan Rodriguez de Leon, insigne predicador desta Corte

Rodriguez de Leon, Juan · fol. 221v

Siendo en los retratos tan igual la semejança, que parece que la opinion e Pitagoras de la micracion de las almas, busca fundamento en lo copiado de las pinturas: cuyos dibujos modernos se adelantan oi a los primores antiguos, quando se afectava tanto lo vivo del Arte, que para pintar Parrasio el tormento de Prometeo, comprò a Filipo un esclavo Olintio, y le atormentò tanto para retratarle doloroso, que le retirò muerto de donde le copiava afligido; para que se dixesse, como escrive Seneca en el libr. 10 controv. 5. que se padecia tanto pintando Parrasio, como castigando Jupiter: Tantum patiendum est pingente Parrasio, quantum irato Iove.

1641Publication originale
anglaisTexte 4638 · Source 967

Experience, Historie, and Divinitie, divided into five Books

Carpenter, Richard · p. 234

The English Jesuits have beat the Spaniards into such a stupidity, by perswasion, that they scarse either see them, or the scholers, even in the streets; but they run to them, and kisse their garments; thinking they will all very suddenly be martyrs. And somtimes they runne upon confessed sinnes; that they may please, and flatter the senses of people. Michael Angelo, a painter of Rome, having enticed a young man into his house, under the smooth pretence of drawing a picture by the sight of him: bound him to a great woodden crosse, and having stabbed him to the heart with a pen-knife, in imitation of Parrhasius that had tortured an old captive in the like cause, drew Christ hanging, and dying upon the crosse, after his resemblance, and yet escaped without punishment. And this picture, because it sets forth Christ dying, as if the picture it selfe were dying, and with a shew of motion in every part; and because it gives the death of Christ to the life; is had in great veneration amongst them.

1649–1662Date de rédaction
françaisTexte 2622 · Source 194

Petits traitez en forme de lettres escrites à diverses personnes, Lettre IX, « Sur la peinture »

La Mothe le Vayer, François de · t. II, p. 439

Quoi qu’il en soit, cela vous peut faire souvenir du reproche qu’on fit à un ancien orateur, d’avoir tres-improprement parlé d’un Promethée peint au Temple de Minerve par Parrhasius dans Athenes. Car lui étant venu dans l’esprit ce qu’on avoit écrit des raisins représentez par Zeuxis, que de petits moineaux venoient becqueter, il crut qu’il ne pouvoit mieux loüer ce Promethée, que de dire qu’il estoit tel qu’on voyoit souvent les vautours se jeter dessus pour lui percer le costé, et se repaistre de son foie. Cependant c’estoit très mal rencontré à lui, d’autant qu’il n’est pas imaginable que des vautours entrent dans un Temple frequenté comme celui de Minerve Athenienne, encore que des moineaux se puissent hazarder d’aller donner du bec contre un tableau exposé au jour, selon que les peintres ont accoustumé d’y mettre leurs ouvrages.

1652Publication originale
italienTexte 2621 · Source 257

Trattato della pittura et scultura, uso et abuso loro

Ottonelli, Giovanni Domenigo ; Berettini, Pietro · p. 216

Seneca l. 10 Declam. 5 scrive del medesimo Parrasio, che per dipingere vivamente l’affetto di Prometeo legato al monte, e ferito dall’Aquila nel cuore, comprò un vechio Olinthio, tra’ prigioni venduti d’ordine del rè Filippo : lo condusse in Athene, et in casa sua usò contro di lui una certa crudeltà, indegna d’essere ricordata, e raccolse coll’occhio, e col pennello diligentemente gli affetti espressi da quel misero, e ne formò l’immagine di Prometeo, opera perfettissima, quanto all’espressione degli interni sentimenti, mà ingiustissima, quanto alla pratica dell’usata fierezza.

1667Publication originale
italienTexte 2623 · Source 109

Vite de' pittori antichi

Dati, Carlo Roberto · p. 53-60

XXIVSeneca Contr. 34 Volendo Parrasio figurare un Prometeo tormentato, e desiderando di vederlo dal naturale si diede appunto il caso che Filippo Rè di Macedonia vendeva i prigionieri d’Olinto, ond’egli ne comprò uno assai vecchio, e lo condusse in Atene. Quivi fieramente tormentandolo ricavò da esso un Prometeo. Il prigione si morì fra’ tormenti, onde ponendo egli questa tavola nel tempio di Minerva fu accusato d’aver gravemente offesa la maestà della Repubblica. Bella occasione diede questo accidente agli oratori di mostrar declamando la lor facondia. Fuvi uno, che cominciando esarrutto disse in cotal guisa contro a Parrasio.

Da Senec. l. 5. contr. 34 Povero vecchio! Vide le rovine della patria distrutta, strappato dalla consorte calpestò le ceneri dell’arsa Olinto ; ed era tanto afflitto, che ben parea sufficiente a rappresentare un Prometeo. Così non parve a Parrasio. Adunque non è a bastanza afflitto un prigione d’Olinto, se non è schiavo in Atene ? Parrasio vuò tu dargli maggiori affanni ? Rimenalo a vedere la patria desolata, ov’egli restò privo di casa, di figli, di libertà. Parmi che tu mi dica. Basterebbe ad esprimer l’ira di Filippo, ma non quella di Giove. Che vuoi dunque Parrasio ? Si percuota, si scotti, si laceri. Ciò non fece Filippo inimico. Muoia fra’ tormenti. Ma tanto non volle ne anche Giove. Chi vide giammai fare affogare gli uomini per dipignere un naufragio ? Fidia non vede Giove, e pur lo fece tonante : non ebbe avanti a gli occhi Minerva, e tuttavia col suo spirito proporzionato a si grande artificio concepì, ed espresse gli dii. Che farà di noi s’è ti vien capriccio di dipignere una battaglia ? Bisognerà dividersi in varie squadre, e impugnar l’armi a vicendevolmente ferirsi ; sicché i vinti sieno incalzati, e insanguinati tornino i vincitori. E perché la mano di Parrasio non ischerzi co’ suoi colori a sproposito, s’ha da temere una strage. Adunque non si può dipignere un Prometeo senza ammazare un’uomo ? E tu non lo sai figurar moribondo, se non lo vedi morire ? E perché non più tosto dipignesti Prometeo allor ch’e’ faceva gli uomini, e dispensava il fuoco celeste ? Perché non lo ponesti anzi fra’ ministeri, che fra’ tormenti ? Vero è che Prometeo fu tormentato mediante gli uomini, ma tu tormenti gli uomini per cagion di Prometeo. Ne son pari i tormenti, perché più patisce il finto Prometeo se lo dipigne Parrasio, che non soffre il vero se lo punisce Giove, parendoti scarsa ogni pena se non uccidi. Quanto sia lesa l’umanità, non che la Repubblica ciascun se’l vede. Un’Olintio, che per tutto si credea d’aver pace, dove non era Filippo, e che appresso lui visse disciolto, fu poscia incatenato, tormentato, ed ucciso in Atene. Diensi adunque a Parrasio giustamente quelle pene, ch’egli ingiustamente diede al vecchio d’Olinto ; e nella persona del crudelissimo pittore rappresenti giusto carnefice, e col ferro, e col fuoco quel Prometeo, ch’egli desiderò tanto di ben’ esprimere co’ suoi pennelli. 

Non sodisfatto soggiunse un’ altro. Mentre io mi pongo, o giudici, a descrivere il fuoco, le percosse, i tormenti d’un’ infelice vecchio d’Olinto, voi forse vi crederete, ch’io mi sia per querelar di Filippo. O Parrasio, mandinti pure in malora gli dii : perocché in tuo paragone hai fatto divenir Filippo clemente. Se a te si crede, in questo fatto imitasti Giove vendicatore ; se a noi superasti Filippo sdegnato. Alla fine quell’empio carnefice della Grecia non fece altro che venderlo. Fu esposto quel nobil vecchio macerato da tante, e si lunghe miserie, con occhi incavati, piangenti, e rivolti alla patria, e si maninconico, che sembrava già tormentato. Piacque a Parrasio sembianza tanto dogliosa, avendo assai di Prometeo anche innanzi a tormenti. Rasserenossi alquanto nel vedersi condur verso l’Attica, ma quand’egli si vide accostar le catene, pien di meraviglia e d’orrore esclamò.  E che ci an da far queste ? Se io fussi prigione altrove fuggirei in Atene per aver libertà. Adunque più di me fortunati son quei, che servono in Macedonia ? In cotal guisa in Atene si ricettan gli Olintii ? Mentr’ egli così diceva, si pose Parrasio da una banda avendo in mano i colori, dall’altra il tormentatore co’ flagelli, e col fuoco. Cio veggendo gridava lo sventurato. Io non sono Euticrate, io non son Lastene, io non ho tradito la patria. Ateniesi se io sono innocente soccorretemi, se nò rimandatemi a Filippo. Fra tanto Parrasio, non so se più disposto a dipignere, o vero a incrudelire, dicea. Percuoti, tormenta ; per tal maniera barbaramente temperando i colori. E non soddisfatto. Seguita, tormenta dell’altro. Così sta bene, mantienlo in questo stato. Tale appunto esser dee il volto d’un lacero e d’un moribondo. Ma questo, o Parrasio, è fare, e non dipigner Prometeo. Anzi se costui si muor fra’ tormenti è un passar di là da Prometeo. E più incrudelisci tu nel dipignere, che Giove non incrudelì nel punire. Ma dimmi se tu avevi necessità di straziar qualcheduno, perchè prenderlo d’Olinto ? Perchè un’ innocente, e non più tosto un reo, pigliando, e dando in un tempo il naturale, e la pena ? Ne ti suffraga il dire, io l’ho comperato, e mi prevaglio di mie ragioni. Sendo tu d’Atene, ed egli d’Olinto non l’hai compero, ma riscattato. E poi, perché mettere in pubblico questa tavola, quasi trofeo della tua crudeltà, tormentando con si fiero spettacolo gli occhi di tutta Atene ? A che effetto collocarla in quel tempio, dove facilmente furon firmati gli strumenti della confederazione fra Olinto ed Atene ? In quel tempio in cui s’offeriscono agli dii sacrificij, e voti in pro degli Olintij ? Che più si desidera, che più si cerca per mettere in chiaro, che da Parrasio fu lesa la Reppublica, la quale difende, e conserva, e non tormenta, e non uccide gli amici, e i confederati ? Qual gastigo si convenga a chi è palesemente reo di tanto delitto a me non tocca, o giusti e savi Giudici, il dirlo, per non far torto alla vostra dirittura, e alla vostra prudenza.

Dopo i due accusatori parlò il terzo oratore in difesa. O quanto è sottoposta agl’ inganni la mente umana nel ben discernere il vero, mentre questo non l’è mostrato al vivo lume della ragione, e con le giuste maniere, e che la perspicacia altrui resta offesa, ed abbagliata dalle passioni, e il diritto giudicio dell’apparenze travolto ! Leviamoci, o giudici, dinanzi agli occhi le nebbie, e terghiamo gli umori, ne riguardiamo il fatto che vien proposto per mezzo di specchi, e di colori ingannevoli, ma riconosciamo nell’oggetto reale ignuda e pura la verità. Viene accusato Parrasio di lesa Repubblica per aver tormentato un’ uomo, perchè questi era Olintio, per aver’ imitato i supplici degli dij nella sua pittura, e per aver posta la tavola nel tempio di Minerva. In che offese Parrasio la Repubblica ? Perché tormentò un’ uomo. Anzi possiamo dire un cadavero ; così era egli macilente, mal condotto, e vicino a spirare ; e talmente miserabile che bramava la morte come ristoro. Ne vi crediate che Filippo venduto l’avesse s’e’ non si fosse accorto, che il vivere gli era pena. Perchè dunque lo comperò Parrasio ? Perchè tale appunto lo cercava per esprimer Prometeo. Ned egli l’uccise, ma ben si valse della morte di lui, che per natura moriva. E poi, quand’ anche l’avesse comperato per valersene ne’ soliti ministeri, giacchè costui era moribondo, e volontieri moriva, che mal fece Parrasio a cavare quant’ egli più poteva da quel cadavero, servendosi di lui per lo natural di Prometeo ? In che dunque fu lesa la Maestà della Repubblica ?  Parmi d’ascoltar chi mi dica. Bisogna dir tutto ; il vecchio ch’egli ha straziato era Olintio. Ponghiamo ch’e’ fosse Ateniese. Certo è che se io ammazzerò anche un senatore d’Atene non sarò accusato di lesa Repubblica, ma d’omicidio. Sarà per avventura soggiunto, che ciò pregiudica al buon concetto d’Atene, e che gli Ateniesi sono in riputazione per la clemenza. E quando mai fu corrotta la fama pubblica dall’operazioni d’un solo ? Il buon concetto, che s’ha degli Ateniesi è così ben fondato, che non può distruggersi per aver’altri tormentato un prigione. E poi (dirà Parrasio) questi è mio schiavo, e per ragione di guerra da me comprato. Mette conto a voi, o Ateniesi, mantenere il ius della guerra. Altrimenti bisognerà tornare agli antichi confini, e restituire tutti gli acquisti. Voi mi direte ; costui può esser servo d’ogn’altro compratore, che d’uno Ateniese. Pretenderebbe Parrasio forse il medesimo s’egli avesse comperato da Filippo un cittadino d’Atene ? Egli molto ben sapeva che gli Olintij erano nostri confederati. Ma Parrasio a questo replicherà : Volete voi vedere che gli Olintij potevano, anche presso a noi esser servi ? Egli è stato poi fatto un decreto da voi Ateniesi, nel quale si dispone ch’e’ sieno liberi, e cittadini. E perché si da loro questo ius, che già secondo i miei avversari essi avevano ? Di più, non si determina in questo decreto, che gli Olintij sieno liberati, ma che si stimino liberi. Si stabilì, direte voi, che gli Olintij fossero nostri cittadini, e così colui eziandio era nostro cittadino. Signori nò. Il decreto risguarda il futuro, e non il passato. Ne volete la prova ? Non chiunque ha servi d’Olintio sarà accusato di tenere in servitù un cittadino. Ma fu accusato Parrasio per averlo mal trattato, ed ucciso. Potrebb’ egli essere accusato d’ingiuria chi servendosi d’un suo schiavo ne’ soliti uffici lo percuotessi ? Per quanto s’appartiene alla ragione non è differenza veruna dall’ammazzarlo al percuoterlo. Imperciocchè se non lece l’ucciderlo, nè meno lece il bastonarlo. Non fa male adunque chi ritien per servo un’ Olintio, che tale era avanti al decreto, e di lui si vale come di servo ch’egli è, e come servo lo tratta. In che dunque, torno a dire, fu lesa la Repubblica da Parrasio ? Forse per aver fatto una cotal pittura crudele, e poscia per averla posta nel Tempio ? Offendono la Repubblica coloro, che le tolgono non quei, che le danno. Quei che rovinano, non quei che adornano i templi. Errarono adunque anche i sacerdoti, che ricevettero la tavola. Ma perchè dovevan non riceverla ? Son dipinti gli adulteri degli dij, ci son pitture d’Ercole uccisor de’ figliuoli, e mill’ altre peggiori : e non cè chi se ne scandalezzi. Molto dee alcuno chiamarsi offeso da questa, in cui si punisce la temerità di Prometeo, e si rappresenta la giustizia di Giove ? Non si dia per tanto, o Giudici, alcun gastigo a Parrasio, ma ben sì premio, ed onore, il quale non offese la Repubblica, ne fu crudele in prevalersi d’un servo, anzi con l’arte sua recò ornamento alla città nostra, e terrore agli empi (sic), perché non ardiscano da qui avanti opporsi al voler degli dii, e veggano come si puniscono i trasgressori delle leggi divine.

Qual’esito avesse questa causa non saprei dirlo, perciocchè presso agli scrittori non se ne trova memoria. 

1667Publication originale
italienTexte 2624 · Source 109

Vite de' pittori antichi

Dati, Carlo Roberto · p. 77-78

XXIV, « Volendo Parrasio figurare un Prometeo tormentato ec. »

Seneca retore nell’argomento della Controv. 34 racconta questa storietta. Il P. Andrea Schotto nelle note dubita se l’accidente sia vero, o finto per esercizio de i declamatori. Come assolutamente non ha per vera la voce, che corre del nostro Michelagnolo Buonarotti, ch’egli ponesse in croce un’ uomo, e lo vi lasciasse morire, per esprimere al vivo l’imagine del Salvador Crocifisso. A questo aggiungo, che essendo fiorito Parrasio intorno all’ Olimpiade 95. e la presa, e desolazione d’Olinto nella 108. Poteva questo artifice a quel tempo ben’ esser vivo, ma però decrepito : La qual cosa cresce assai di dubbio alla verità della storia. Tuttavia a me è paruto (però senza pregiudizio del vero) di non tralasciare così curioso racconto ; e da’ concisi pareri de’ sofisti raccolti da Seneca ho formato per ornamento di questa Vita le Declamazioni continuate contro, e in favore a Parrasio. Una simil causa propone Ermogene nelle Partiz. Sez. 7. cioè un pittore accusato d’avere offeso il Comune, perché dipinse naufragi, e quelli espose nel porto : onde spaventandosi i naviganti, ne restava il traffico danneggiato.

1681Publication originale
françaisTexte 2625 · Source 151

Des peintres anciens et de leurs manières

Germain · p. 117-118

On le taxe d’avoir été fort cruel ; car on dit que Philippe de Macédoine ayant mis en vente, comme esclaves, les Olynthiens, dont il avoit ruiné la ville, ce peintre en acheta un fort vieux, et le mena à Athenes, où l’ayant attaché à une muraille, il lui fendit l’estomac, et lui rendit le foie tel que les poëtes ont feint que l’oiseau de Jupiter avoit rendu celui de Prométhée enchaîné sur le Mont Caucase ; et soudain l’ayant tiré au vif de cette posture, il en dédia le tableau au Temple de Minerve, comme une piece rare et très précieuse. Ce qui pensa pourtant lui coûter la vie ; car quand on sçut sa perfidie, il fut cité devant les Juges de l’Aréopage, où l’éloquence de son avocat eut bien de la peine à fléchir ce sage Sénat en sa faveur, et à le garantir du supplice que son crime méritoit. On accuse Michel-Ange d’avoir imité cette cruauté sur un jeune paysan, afin de peindre plus naïvement un Crucifix mourant. suite : Parrhasios orgueil

1688Publication originale
espagnolTexte 2626 · Source 213

Traité des statuës

[Lemée, François] · p. 20-21

Il est vrai que si les peintres et les sculpteurs avoient tous ressemblé à Socrates, qu’on pretend avoir excellé dans la sculpture ; la philosophie les auroit garantis de beaucoup d’égaremens, où plusieurs sont tombez. Ne faisant rien de mal à propos, ils n’auroient eu au contraire que deux choses pour but, la vertu et la perfection de leur art ; mais ne les ayant pas toûjours pû joindre ensemble, au moins devoient-ils avoir les bonnes mœurs que Platon exige en chaque artisan τὸ μὲν ἐκ τῆς τέκνης, τὸ δὲ ἐκ τῆς ἀῥρετῆς. Lib. 3 de Repub., et éviter sur tout la cruauté de Parrhasius, qui mit à la gesne un vieil captif pour peindre un Promethée sur un si triste modele Senec. lib. 10. Declam.. Je croirois qu’il n’y auroit eu que des païens capables d’un tel excès, mais on dit qu’un fameux peintre d’Italie fit aussi au siecle passé un Christ mourant sur un pauvre homme qu’il avoit inhumainement crucifié.

1740Publication originale
françaisTexte 2628 · Source 256

Histoire de Philippe, roi de Macédoine

Olivier, Claude Matthieu · vol. 2, p. 24-25

Sen. deeb. Parmi les Olynthiens que l’on vendoit les fers aux mains, et assis sur les ruines de leur patrie, le peintreParrhasius étoit d’Ephése ; il donna le premier dans ses tableaux quelque idée de la perspective ; il étoit inimitable pour le contour. Tout le monde sçait ses démêlés avec Zeuxis. Parrhasius en remarqua un, dont la tête lui parut d’une expression singuliere ; il l’acheta, et l’ayant fait mener chez lui, il le fit tourmenter encore pour étudier les différens caractéres de la douleur. Il peignit d’après cet infortuné son Promethée attaché à un rocher. La beauté de l’ouvrage n’excusa point l’inhumanité de l’action ; les Athéniens le détestèrent, et parurent d’ailleurs fort sensibles au malheur d’Olynthe. Ils recuëllirent ceux qui avoient pû y échapper, condamnerent à mort un de leurs citoyens, qui avoit traité une Olynthienne en esclave ; ils ne voulurent point entendre Charés, qui se préparoit à rendre raison du succès de cette guerre.

1740Publication originale
anglaisTexte 2627 · Source 377

A Treatise on Ancient Painting

Turnbull, George · p. 53

A false story about him refuted Seneca the rhetorician, and other declamators, have harangued upon a story of this Parrhasius, as if he had tormented an old man most cruelly, that he might be able to paint the tortures of Prometheus with greater force. But Carlo Dati very justly holds that story for a calumny, as that very false one of the same kind, with which some have defamed Michel AngeloSee Carlo Dati in his Life of Parrhasius..

1741Publication originale
françaisTexte 4869 · Source 1062

Description sommaire des dessins des grands maîtres d’Italie, des Pays-Bas et de France, du cabinet de feu M. Crozat

Mariette, Pierre Jean · p. 3

19. Dix, idem, dont une Etude pour le fameux Crucifix qui a donné occasion de débiter une fable, qui n'a jamais eu le moindre fondement.

1745Publication originale
françaisTexte 4876 · Source 1073

Abrégé de la vie des plus fameux peintres, avec leurs portraits gravés en taille-douce, les indications de leurs principaux ouvrages, quelques réflexions sur leurs caractères, et la maniètre de connoître les grands maîtres

[Dezallier d'Argenville, Antoine Joseph] · vol. 1, p. 81-82

Infatigable dans ses travaux, il alloit lui-même choisir les marbres à Carrare. Les études qu’il a faites de l’anatomie sont immenses. Michel Ange était trop religieux pour avoir tué son modèle, comme on l’a dit faussement, afin s’exprimer mieux un Christ mourant sur la croix, il disoit que la peinture étoit sa femme, et ses ouvrages ses propres enfants.

1745Publication originale
françaisTexte 4877 · Source 1074

Abrégé de la vie des plus fameux peintres, avec leurs portraits gravés en taille-douce, les indications de leurs principaux ouvrages, quelques réflexions sur leurs caractères, et la maniètre de connoître les grands maîtres

[Dezallier d'Argenville, Antoine Joseph] · vol. 1, p. 126

Le savant Poliziano qui demeuroit avec lui, l’aida de ses conseils, et il trouva dans la personne du prieur de San Spirito, le moyen d’avoir des corps morts qu’il écorchoit pour en étudier l’anatomie. Il fit pour ce prieur un grand crucifix de bois, qui fut posé sur la maître-autel de son église.

1 juin 1753Date de rédaction
françaisTexte 2630 · Source 87

« De la sculpture et des sculpteurs anciens, selon Pline »

Caylus, Anne-Claude Philippe de Tubières, comte de · p. 320

suit Praxitèle Vénus Sénèque ne rapporte-t-il pas aussi que Parrhasius voulant faire un Prométhée, avoit acheté un des prisonniers d’Olynthe, ville que Philippe de Macédoine avoit prise, et qu’il l’avoit fait mourir dans les tourmens pour mieux étudier la nature ? Les anciens même se sont amusés à faire des plaidoyers pour accuser et excuser l’artiste. Je crois qu’ils n’étoient pas trop persuadés de la vérité de ce fait. Il me suffit qu’ils en aient parlé, pour autoriser la comparaison que j’en veux faire avec le conte que l’on a répandu sur Michel-Ange ; il avoit, dit-on, posé son modèle en croix pour en faire un Christ mourant ; et des gens mal instruits, ou qui aimoient le merveilleux, l’ont accusé de lui avoir donné un coup de coûteau, pour mieux exprimer tous les mouvemens de la mort.

20 mars 1753Date de rédaction
françaisTexte 2629 · Source 198

Mémoire sur la manière dont Pline a parlé de la peinture

La Nauze, abbé de · p. 279

IlPline. s’est bien gardé de faire entrer dans son récit un trait fabuleux avancé par Sénèque le Rhéteur Controv. V, 10: c’est que dans la vente des Olynthiens, prisonniers de Philippe, Parrhasius en acheta un qu’il fit périr dans les tourmens, voulant s’en servir pour modèle d’un Prométhée. Pline a fait ce que font ceux de nos historiens, qui ne daignent pas seulement rapporter une fable à peu près pareille, mise sur le compte de Titien Remarquez la faute de M. Olivier. Hist. de Philippe, t. II, p. 24 : d’ailleurs, la chronologie s’oppose au récit de Sénèque ; la prise d’Olynthe est de l’an 348, et Parrhasius étoit déjà connu avant la mort de Socrate, arrivée plus de cinquante ans avant cette expédition.

1 juin 1754Date de rédaction
françaisTexte 4527 · Source 794

« De la sculpture selon Pline », discours lu le 1er juin 1754 à l’Académie royale de peinture et de sculpture

Caylus, Anne-Claude-Philippe de Tubières, comte de · 348

Sénèque ne rapporte-t-il pas aussi que, Parrhasius voulant faire un Prométhée, avait acheté un des prisonniers d’Olynthe, ville que Philippe de Macédoine avait prise, et qu’il l’avait fait mourir dans les tourments pour mieux étudier la nature ? Les anciens même se sont amusés à faire des plaidoyers pour accuser et excuser l’artiste. Je crois qu’ils n’étaient pas trop persuadés de la vérité de ce fait ; il me suffit qu’ils en aient parlé pour autoriser la comparaison qu’on en peut faire avec le conte que l’on a répan­du sur Michel-Ange ; il avait, dit-on, posé son modèle en croix pour en faire un Christ mourant ; et des gens mal intentionnés, ou qui aimaient le merveilleux, l’ont accusé de lui avoir donné un coup de couteau pour mieux exprimer les mouvements de la mort.

1766Publication originale
françaisTexte 4873 · Source 1063

Description historique et critique de l’Italie

Richard, Jérôme · t. IV, p. 184

L'appartement à recevoir du prieur est orné de plafonds peints, de tableaux choisis, et de desseins originaux que l'on conserve sous glace. Parmi les tableaux est un Christ attaché en croix que l'on assûre être l'original de Michel-Ange, fait d'après un homme crucifié et expirant, fable que la vûe même de ce tableau démontre être fausse...

1769Publication originale
françaisTexte 4862 · Source 735

La Peinture : poème en trois chants

Le Mierre, Antoine-Marin · p. 64

Pour peindre un Dieu mourant sur le funeste bois,

Michel-Ange aurait pu !... Le crime et le génie !

Tais-toi, monstre exécrable, absurde calomnie,

Quel chef-d’œuvre de l’Art eut jamais effacé

Une goutte de sang que le peintre eût versée ?

Note p. 89 : On a souvent répété que, pour donner plus de vérité à un crucifix, Michel-Ange poignarda un modèle mis en croix, comme si un malheureux mourant dans les convulsions de la rage, pouvait représenter un Dieu résigné qui se soumet à la mort. Comment ce délire fût-il tombé dans la tête de Michel-Ange, de ce même artiste qui, taillant un jour un buste de Brutus, s’arrêta tout à coup et abandonna l’ouvrage, en songeant que ce Romain avait été l’assassin de César ?

1769Publication originale
françaisTexte 4867 · Source 1065

Voyage d’un Français en Italie fait dans les années 1765-1766, contenant l'histoire & les anecdotes les plus singulières de l'Italie, et sa description, les moeurs, les usages

Lalande, Jérôme de · t. VI, p. 161

couvent San Martino della Certosa de Naples On y fait surtout remarquer un petit crucifix d’environ un pied de haut, peint par Michel-Ange, d’expression si frappante, qu’une personne dans l’admiration disait qu’il fallait que Michel-Ange eût crucifié réellement un homme pour lui servir de modèle : cette manière de louer le tableau a passé de bouche en bouche, et l’on en a fait une histoire positive qui est rapportée dans beaucoup de livres, et dernièrement encore dans les lettres de Mme du Boccage.

1772Publication originale
françaisTexte 2631 · Source 136

Traduction des XXXIV, XXXV et XXXVI livres de Pline l’Ancien, avec des notes

Falconet, Etienne · t. I, p. 274

suit Zeuxis Athlète (26) Il est plus vraisemblable que la plupart des anciens écrivains s’en raportoient, surtout pour les matières qu’ils ne touchoient qu’en passant, obiter, comme dit Pline, qu’ils s’en raportoient, dis-je, à la première édition qui leur tomboit sous la main. Ils se rencontroient quelquefois ; mais, comme aujourd’hui, plusieurs faits étoient ou transposés ou défigurés, et souvent ces faits n’avoient pas plus de réalité que l’homme tué sur une croix par Michel-Ange : sottise absurde qui a pourtant trouvé des écrivains.

1776Publication originale
françaisTexte 2632 · Source 475

Anecdotes des beaux-Arts, contenant tout ce que la peinture offre de plus piquant chez tous les peuples du monde

Nougaret, Pierre Jean Baptiste ; Leprince, Thomas · t. I, p. 193

suit Parrhasius orgueil Parrhasius acheta un prisonnier, qui avoit été longtemps esclave du roi Philippe, et l’ayant conduit à Athènes, il le fit mourir dans les tourments, afin qu’il pût lui servir de modèle pour un Prométhée, qu’il peignoit attaché sur un rocher, dans l’instant que le vautour, envoyé par Jupiter, lui dévore le foie. On assûre que Parrhasius eut la barbarie de prolonger le supplice du malheureux esclave, et de l’exciter à souffrir courageusement. — « Bon, lui crioit-il ; voilà une attitude excellente ; la douleur est bien marquée. Déchirez-le, ajoutait-il à ceux qui le tourmentoient, déchirez-le, il me faut de nouveaux traits de douleur. » Enfin, l’esclave expira dans des souffrances inouïesCette histoire, qui fait frémir, est rapportée par plusieurs auteurs anciens. Voir aussi Choix des Mercures, tome 5..

Quand on sut le crime de Parrhasius, on cessa d’admirer son tableau. On cita l’artiste devant l’Aréopage, où les orateurs, qui florissoient alors dans Athènes, déployèrent toute leur éloquence contre le coupable, qui trouva pourtant un habile défenseur, auquel il fut redevable d’être préservé du supplice. Mais Parrhasius est à jamais déshonoré, par ce trait affreux de barbarie, s’il est possible qu’il soit véritableCette histoire n’aurait-elle pas donné l’idée de celle qu’on a débitée sur Michel-Ange ? Voyez l’article de ce grand-homme, aux peintres italiens, année 1474..

1776Publication originale
françaisTexte 2633 · Source 475

Anecdotes des beaux-Arts, contenant tout ce que la peinture offre de plus piquant chez tous les peuples du monde

Nougaret, Pierre Jean Baptiste ; Leprince, Thomas · t. I, p. 308-309

Selon quelques auteurs, Michel-Ange voulant mettre tout son art dans la représentation d’un Christ, engagea un homme du peuple à lui servir de modèle, et à se laisser attacher sur une croix. Lorsqu’il l’eut fortement lié, comme dans le seul dessein de lui faire prendre une attitude convenable, il perça, dit-on, le côté de ce malheureux, qui rendit bientôt sa vie avec tout son sang. S’il en faut croire les inventeurs de cette histoire, l’artiste commit une pareille cruauté, afin de mieux saisir l’air et les traits d’un homme mourant. Mais il est probable que cette fable n’a été inventée et n’a eu cours parmi le peuple, que par l’extrême vérité qu’on remarque dans le Christ de Michel-Ange, qui paroît peint d’après nature.

1783Publication originale
françaisTexte 4864 · Source 1061

Vie de Michel-Ange Buonarotti, peintre, sculpteur et architecte de Florence

Hauchecorne, abbé · p. 410

Un crucifix de bois pour l’église du Saint-Esprit. On a mis sur le compte de Michel-Ange l’histoire d’un homme tué pour mieux représenter un Christ mourant quel est l’artiste peintre ou sculpteur qui n’a pas été chargé de cette ridicule imputation ! Le génie avait-il besoin de ce modèle ? Et quel modèle que les traits d’un malheureux qui meurt dans le désespoir !

1783Publication originale
françaisTexte 4868 · Source 1064

Voyages d'un amateur des arts, en Flandre, dans les Pays-Bas, en Hollande, en Frace, en Savie en Italie, en Suisse, fait dans les années 1775-76-77-78

La Roque · T. II, p. 293

Le fameux crucifix, de Michel-Ange (*)

(*) La fable absurde, qui dit que Michel-Ange peignit ce tableau d'après nature, n'a été avancée que pour appuyer d'autant plus sur le mérite de son exécution, qui n'est cependant point (nous osons le dire), absolument surprenante. Les Chartreux établis à Naples se flattent de posséder seuls et exclusivement à tous autres, l'original de ce tableau, et ils produisent leurs titres; ils nous ont paru parfaitement semblables. Celui du Palais Borghèse est le plus connu; il a été gravé plusieurs fois, mais toujours assez mal.

1788Publication originale
françaisTexte 2636 · Source 273

Recherches philosophiques sur les Grecs

Pauw, Cornélius de · t. II, p. 83-84

Sénèque assure que Parrhasius fit un jour appliquer un esclave déjà âgé à la torture extraordinaire, afin de pouvoir copier d’après nature le supplice de Prométhée, que l’on consacra, dit-il, dans le temple de Minerve à Athènes. Cette prétendue atrocité n’est heureusement qu’une fiction imaginée pour exercer les jeunes déclamateurs dans les écoles de Rome, où on leur proposoit les sujets les plus absurdes et les plus extravagansControverses, Lib. X. Déclamation V. Tout ce que Sénèque dit ensuite de la manière dont les Éliens coupèrent les mains à Phidias, dès qu’il eut achevé le Jupiter d’Olympie, pour qu’il n’allât pas faire une telle statue ailleurs, est la chose du monde la plus fabuleuse et la plus absurde.. Mais si l’on ne sauroit réellement faire ce reproche à Parrhasius, combien de peintres modernes ne l’ont-ils pas mérité en représentant tous les supplices imaginaires de la Légende dorée, et du Martyrologe ? Il faut cependant, dit-on, permettre aux artistes d’être de temps en temps tragiques à leur manière, pour émouvoir la terreur et la pitié des spectateurs qui aiment de telles images, et qui aiment encore de tels sujets, sans qu’on soit en droit d’entrer avec eux dans la moindre contestation touchant l’essence de leurs goûts et l’analyse de leurs plaisirs.

1788–1791Publication originale
françaisTexte 2634 · Source 958

article « Peinture chez les Grecs », Encyclopédie méthodique. Beaux-Arts

Watelet, Claude-Henri ; Levesque, Pierre-Charles · p. 641

Les Grecs faisoient sur PolygnoteConfondu avec Parrhasios. un conte odieux ; mais qui prouve du moins l’idée qu’ils avoient de sa passion violente pour l’étude de l’expression. Ils prétendoient qu’il avoit fait appliquer un esclave à la torture pour peindre d’après ce malheureux les tourmens de Prométhée. On a de même accusé plusieurs peintres modernes d’avoir poignardé un homme pour peindre un Christ expirant.

1788–1791Publication originale
françaisTexte 2635 · Source 958

article « Peinture chez les Grecs », Encyclopédie méthodique. Beaux-Arts

Watelet, Claude-Henri ; Levesque, Pierre-Charles · p. 644

Sénèque le Père a écrit que Parrhasius avoit acheté un esclave et l’avoit fait mettre à la torture pour représenter d’après lui les tourmens de Prométhée. C’est, je crois, une fable ; mais elle témoigne que ce peintre recherchoit l’expression. C’est ce que prouve le choix de plusieurs de ses sujets, entr’autres celui de Philoctete souffrant. suite : Parrhasios et Socrate

1791Publication originale
françaisTexte 4879 · Source 1076

Justine ou les malheurs de la vertu

Sade, Donatien Alphonse François · p. 262

La sublime Madeleine en pleurs du Guide fut prise sur une belle fille que les élèves de ce grand homme avaient flagellée à outrance, tout le monde sait qu’elle en mourut.

1791Publication originale
françaisTexte 4880 · Source 1076

Justine ou les malheurs de la vertu

Sade, Donatien Alphonse François · p. 150

Et quand Michel Ange voulut rendre un Christ au naturel, se fit-il un cas de conscience de crucifier un jeune homme, et de le copier dans ses angoisses ?

1797 (an V)Publication originale
françaisTexte 4875 · Source 1071

Lyon tel qu’il était, et tel qu’il est ; ou Tableau historique de ses splendeurs passées suivi de l’Histoire pittoresque de ses malheurs et de ses ruines

[Guillon de Montléon, Aimé] · p. 37-38

chapelle des pénitents du Gonfalon D'abord à gauche, on voit ce tableau renommé de Rubens, représentant Jésus mourant sur la croix, et Madgelaine à ses pieds. Ce morceau précieux, qui fait l'admiration des connoisseurs, rappelle une anecdote accréditée, qui honore peu l'âme de cet artiste. On prétend qu'après avoir fait consentir un homme du peuple à se laisser attacher à une croix pour lui servir de modèle, il l'y poignarda, reprit promptement ses pinceaux pour rendre, avec toute la vérité possible, l'état d'un crucifié qui rend les derniers soupirs. Ce qui peut rendre vraisemblable cette horrible histoire, c'est le visage de ce Christ qui exprime, non l'amour et la tranquillité d'un dieu sauveur expirant librement pour le genre humain, mais la rage et le désespoir d'un homme qui meurt révolté de son supplice, et furieux contre son assassin.

1808Publication originale
françaisTexte 4865 · Source 1059

La Colchiopérie, recueil d’expériences très curieuses sur les hélices terrestres vulgairement nommées escargots

Tarenne, Georges · p. 23

Personne n’ignore ce qu’on dit de Le Giotto, peintre et architecte italien, vers le commencement du XIVe siècle. Voulant représenter un Christ, il engagea un pauvre homme à se laisser attacher à une croix, pendant une heure seulement ; il finit par le poignarder pour achever de le peindre en cet état. Parrhasius, fameux peintre d’Éphèse qui vivait près de quatre cents ans avant J.C., fut encore plus barbare. Désirant peindre un Prométhée déchiré par un vautour, il acheta un vieillard corinthien, auquel il fit subir cet horrible supplice, après lui avoir un peu ouvert le bas-ventre.

1810-1813Publication originale
françaisTexte 4866 · Source 1067

Des erreurs et des préjugés répandus dans diverses classes de la société

Salgues, Jean-Baptiste · t. III, p. 49

Il faut cependant rendre justice aux sentimens miséricordieux de M. Tarenne. Il assure que son cœur saignait tandis que sa main se permettait cette terrible boucherie; plusieurs fois des larmes de tendresse se sont mêlées à l'humeur ichoreuse qui s'échappait des plaies de ces innocens animaux; mais la science était là, et faisait taire la sensibilité. Combien de fois ses cruels commandemens ne se sont-ils pas trouvés en opposition avec ceux de l'humanité! M. Tarenne en cite des exemples déplorables. Hérophile, médecin grec, natif de Calcédoine en Bithinie, disséqua, dans l'amphithéâtre d'Alexandrie, plus de sept cents individus vivans, hommes et femmes, pour faire voir aux amateurs les merveilles de l'anatomie. Il est vrai que ces sept cents victimes étaient des criminels; mais un criminel n'est-il pas encore un homme! Le célèbre Parrhasius, voulant peindre un Prométhée déchiré par un vautour, acheta un vieillard corinthien, auquel il fit subit ce supplice, après lui avoir fait préalablement, à l'hypocondre droit, une incision cruciale. Ce trait de cruauté fut imité par le Giotto, peintre et architecte d'Italie, qui se proposait de peindre un Christ expirant. Le farouche artiste engagea un pauvre homme à se laisser attacher à la croix et l'y poignarda.

1992Publication originale
françaisTexte 4874 · Source 1070

Journal (1922-1989)

Leiris, Michel · p. 438-439

Peintre à la craie sur le trottoir affirmant, au moyen d’une pancarte, que l’artiste, portraiturant le Christ, n’a pas craint — tel Guido Reni — de crucifier un modèle pour obtenir une ressemblance plus exacte.

Datation documentaire indéterminée

Non renseignéeAucune date exploitable
latinTexte 2616 · Source 580

Controversiæ

Sénèque le Rhéteur (Lucius Annaeus Seneca) · p. 408-445

« Laesae rei publicae sit actio ». Parrhasius, pictor Atheniensis, cum Philippus captiuos Olynthios uenderet, emit unum ex iis senem ; perduxit Athenas, torsit et ad exemplar eius pinxit Promethea. Olynthius in tormentis perit. Ille tabulam in templo Mineruae posuit. Accusatur rei publicae laesae.

1. Gaui Silonis. Infelix senex uidit iacentis diuulsae patriae ruinas ; abstractus a coniuge, abstractus a liberis, super exustae Olynthi cinerem stetit ; iam ad figurandum Promethea satis tristis est. — Pro Iuppiter ! quem enim melius inuocem aduersus Parrhasium quam quem imitatus est ? Olynthium tantum picturae tuae excipio ? Nemo, ut naufragum pingeret, mersit. Caeditur: « parum est », inquit ; uritur : « etiamnunc parum est » ; laniatur : « hoc » inquit « irato Philippo satis est sed nondum in irato Ioue ».

Iuli Bassi. Producitur puer : « superuacuum est », inquit ; nondum quantum satis sit Prometheo potest gemere ».  — Vltima Olynthi deprecatio est : « Atheniensis, redde me Philippo ». — Non est istud donum, sacrilegium est. — « Seruus, inquit, meus fuit ». Putes Philippum loqui. Aedem Mineruae tamquam castra Macedonum fugiunt Olynthii.

2. Clodi Turrini. « Parum, inquit, tristis est ». Aliquis Olynthius parum tristis est nisi qui Atheniensem dominum sortitus est ? Vis tristem uidere ? Dabo tibi, Parrhasi, maiora tormenta: duc illum ad iacentem Olynthum, duc illo, ubi liberos, ubi domum perdidit ; scis certe, quam tristem illum emeris. — Olynthiis urbem aperuimus ; templa praeclusimus ? Ergo nemo Olynthius tortus esset, si omnes illos Macedones emissent. —  « Torqueatur » Hoc nec sub Philippo factum est. « Moriatur » : hoc nec sub Ioue.

3. Argentari. Hoc hospitio Olynthius Athenis exceptus est ? Tantummodo Olynthium torsit Parrhasius ? quid ? Non et oculos nostros torquet ? Ibi ponit tabulam, ubi fortasse nos tabulam foederis posuimus. — Hoc Promethea facere est, non pingere. — Aiebat tortoribus : « Sic intendite ; sic caedite ; sic istum, quem fecit, cum maxime uultum seruate, ne sitis ipsi exemplar. »

4. Cesti Pii. « Emi », inquit. Immo, si Atheniensis es, redemisti. — Si nescis, Parrhasi, in isto templo pro Olynthiis uota suscepimus : ita soluentur. — Crudelis ille Graeciae carnifex istum tamen nihil amplius quam uendidit. — Producitur nobilis senex, longa miseriarum tabe confectus, reductis introrsus oculis, tam tristis quam si iam tortus esset. Vt admoueri sibi catenas uidit : « Superuacuae sunt, inquit : si ad alium dominum peruenissem, Athenas fugerem. » Istud tibi in nullo Olynthio permitto, nisi si Lasthenen emeris.

5. Triari. Corrupisti duo maxima Promethei munera, ignem et hominem. — Quemcumque praeco flentem uiderat, sciebat emptorem. — Miserebantur omnes, et fortasse ipse Philippus reduci iussisset, nisi Atheniensem uidisset emptorem… quod ego fabulosum esse non dubito. — Sed utrum uult Parrhasius eligat : parum pie aut infamauit Iouem aut imitatus est. Clamabat iste : « Nondum satis tristis es, nondum satis, inquam, adiecisti ad priorem uultum. » Num talis in auctione Philippus ?

6. Musae. Narraturus sum Olynthi senis ignes, uerbera, tormenta : aliquis nunc me queri de Philippo putat. — Dii deaeque te perdant ! Misericordem Philippum fecisti. — Si isti creditis, iratum Iouem imitatus est ; si nobis, iratum uicit Philippum. — Pinge Philippum crure debili, oculo effosso, iugulo fracto, per tot damna a dis immortalibus tortum.

Corneli hispani.Vltima membrorum tabe tormentis immoritur. Parrhasi, quid agis ? Non seruas propositum ; hoc supra Promethea est. Tantum patiendum est pingente Parrhasio quantum irato Ioue.

7. Arelli Fusci patris. Pinge Promethea, sed homines facientem, sed ignis diuidentem ; pinge, sed inter munera potius quam inter tormenta. — Inter altaria Olynthi senis crucem posuit. —Miserrime senex, aliquis fortassis ex seruis tuis felicius seruit ; utique felicior est quisquis Macedoni seruit.

8. Fului Sparsi. Si ad succurrendum profectus es, queror, quod unum emisti; si ad torquendum, queror quod ullum. — Vtinam, Philippe, auctionem cum exceptione fecisses, ne quis Atheniensis emeret ! — Non uidit Phidias Iouem : fecit tamen uelut tonantem, nec stetit ante oculos eius Minerua ; dignus tamen illa arte animus et concepit deos et exhibuit. Quid facturi sumus, si bellum uolueris pingere ? Diuersas uirorum statuemus acies et in mutua uulnera armabimus manus ? Cedent uicti ? Sequentur uictores ? Reuertentur cruenti ? Ne Parrhasii manus temere ludat coloribus, internecione humana emendum est ? 9. Si necesse est aliquem torqueri, eme nocentem seruum, ut eodem tempore et exemplum sumas et supplicium. — Statuitur ex altera parte Parrhasius cum coloribus, ex altera tortor cum ignibus, flagellis, eculeis. Ista aut uidentem aut expectantem, Parrhasi, parum tristem putas ? Dicebat miser : « Non prodidi patriam. Athenienses ; si nihil merui, succurrite, si merui, reddite Philippo. » Inter ista Parrhasius dubium est studiosius pingat an ille saeuiat : « Torque, uerbera, ure ! » Sic iste carnifex colores temperat ! 10. Quid ais ? parum tristis uidetur quem Philippus uendidit, emit Parrhasius ? « Etiamnunc torque, etiamnunc ; bene habet, sic tene : hic uultus esse debuit lacerati, hic morientis. »

Porci Latronis. Si uidetur tibi, istis muneribus aram Misericordiae orna. — Nemo ergo ex Olynthiis miserius seruit quam qui Atheniensem dominum sortitus est ? — Miser, ubicumque Philippum non uiderat, pacem putabat. — « Alliga », inquit. Aiebat : « Solutus apud Philippum fui. »

11. Albuci Sili. Expecta, dum Euthycrates aut Lasthenes capiantur. — Phidias omnia opera sine tortore fecit. — Philippus quoque uendidisse contentus est. — Producitur senex nobilis, flens, respiciens patriam : placuit isti uultus, habuit aliquid Promethei simile etiam ante tormenta. — Quam diligenter causam agit ! Ut Philippus… — « Olynthius non est, ego pecuniam perdidi ; redi ad auctorem. » — Propter homines Prometheus distortus, propter Promethea homines ne torseris. — Philippus sic rogabatur : liceat Olynthios uiuere. Parrhasius aliter rogandus : Olynthiis mori liceat. « Tristem uolo facere ». Nemo faciet, si Philippus non fecit.

12. Hanc controuersiam magna pars declamatorum sic dixit, uelut non controuersiam diuideret, sed accusationem, quomodo solent ordinare actionem suam in foro qui primo loco accusant ; in scholastica, quia non duobus dicitur locis, semper non dicendum tantum sed respondendum est. Obiciunt quod hominem torserit, quod Olynthium, quod deorum supplicia imitatus sit, quod tabulam in templo Mineruae posuerit. Si Parrhasius responsurus non est, satis bene diuidunt : nihil est autem turpius quam aut eam controuersiam declamare, in qua nihil ab altera parte responderi possit, aut non refellere, si responderi potest. 13. Gallio fere similem diuisionem in Parrhasio habuit ei, quam habuerat in illa controuersia, cuius mentio est in hoc ipso libro, de illo, qui debilitabat expositos, detractis quibusdam. Diuisit autem sic : an laesa sit res publica. Quid perdidit, inquit ? Nihil. Nondum de iure controuersiam facio. Perdidit unum senem Olynthus. At Olynthiis hoc tribuistis, ut eodem loco essent quo Athenienses. Fac Atheniensem : non ages mecum rei publicae laesae, si Atheniensem senatorem occidero, sed caedis. « Ita ; uerum opinio Athenarum corrumpitur ; misericordia semper censi sumus. » Numquam unius facto publica fama corrumpitur ; solidior est opinio Atheniensium, quam ut labefactari illo modo possit. 14. « Laesa est, inquit, res publica ». Laesa non est, ut existimo. Aliquis Olynthio depositum negauerit : uidebitur hominem, non rem publicam laesisse. « Laesisti, inquit, rem publicam, quod hanc picturam in templo posuisti ». Laedunt rem publicam qui aliquid illi auferunt, non qui adiciunt, qui diruunt templa, non qui ornant. Peccauerunt ergo et sacerdotes, qui tabulam receperunt. Quare tamen non reciperent ? Deorum adulteria picta sunt, positae sunt picturae Herculis liberos occidentis. 15. Deinde, an ob id accusari possit laesae rei publicae, quod illi facere licuit. Ea lege persequere, quae non licuit. Dicis mihi : « Hoc facere non oportet ». Huic rei aestimatio immensa est. Itaque nulla uindicta est », et id tantum punitur, quod non licet. Satis abundeque est, si opifex rerum imperitus ad legem innocens est. An hoc ei facere licuerit, hoc in illa diuiditur : an Olynthius apud Atheniensem, etiam antequam fieret decretum, seruus esse non potuerit. Seruus, inquit, est meus, quem ego belli iure possideo. Rata autem esse quae parta sunt belli iure uobis, Athenienses, expedit : alioqui imperium uestrum in antiquos fines redigitur ; quidquid est, bello partum ei est. 16. Contra ait : ille seruos alii emptori potest esse, Atheniensi non potest : quid enim, si Atheniensem a Philippo emisses ? Atqui sciebas Olynthios coniunctos nobis esse foedere. Vt scias, inquit, seruos fuisse, decretum postea factum est Atheniensium, quo iuberentur et liberi et ciues esse : quare hoc illis ius, si iam habebant, dabatur ? Deinde : an decreto hoc non contineatur, ut liberi fiant, sed ut esse liberi iudicentur. Hoc censuimus, Olynthios ciues nostros esse ; ita et ille ciuis noster fuit. Non, inquit, nam decretum in futurum factum est, non in praeteritum. Vis hoc sancire ius ? Num, quisquis Olynthium seruum habuit, accusabitur, quod ciuem in sua seruitute tenuerit ? Si quis tunc inter necessaria seruilium officiorum ministeria percussit aut cecidit, iniuriarum accusabitur ? Atqui, quantum ad ius attinet, nihil interest, occiderit an ceciderit ; nam aut nec caedere licuit aut et occidere.

17. Latro a parte Parrhasii fecit hunc colorem : emptum esse a Parrhasio senem inutilem, expiraturum ; si uerum, inquit, uultis, non occidit illum sed deficientis et alioqui expiraturi morte usus est. Torsit, inquit, tamen : si lucri causa, obice ; nempe huius crudelitatis pretium Athenae habent. In argumentis dixit quantum semper artibus licuisset : medicos, ut uim ignotam morbi cognoscerent, uiscera rescidisse ; hodie cadauerum artus rescindi, ut neruorum articulorumque positio cognosci possit.

Albuciushoc colore : calamitosum fuisse, orbum, palam mortem optantem, nec aliter illum Philippus uendidisset, nisi putasset illi poenam esse uiuere.

18. Silo Pompeius putabat commodius esse, si hoc animo isset ad auctionem Parrhasius, ut aliquem in hunc usum emeret. Poterit enim uideri elegisse uilissimum et maxime inutilem.

Fusco Arellioplacebat emptum quidem illum in alios usus sed, cum deficeret et mori uellet, in id, quod unum ex cadauere artifex poterat, impensum.

Gallio ad neutrum se alligauit nec dixit, quo animo emisset. Sed Gallionis color intolerabilis est : dixit enim senem ex noxiis Olynthiis emisse ; quod si illi licet fingere, non uideo, quare non eadem opera dicat et conscium proditionis Lastheni fuisse et se poenae causa torsisse.

19. Hispo Romanus ignorantia illum excusauit : pictor, inquit, intra officinam suam clausus, qui haec tantum uulgaria iura nouerat, in seruum nihil non domino licere, pictori nihil non pingere, mancipium suum operi suo impendit. « Non omnia, inquit, narras : Olynthius fuit ille qui perit. » Quid autem ad rem pertinet, cuius nationis seruos fuerit ? Audes, inquit, seruum dicere Olynthium ? » Etiam, post bellum et ante decretum ; alioqui quod uos illis beneficium dedistis, nisi quod iam illos nec torquere licet nec occidere ?

Graeci nefas putauerunt pro Parrhasio dicere : omnes illum accusauerunt ; in eosdem sensus incurrerunt.

20. Glycon dixit : πῦρ καὶ ἄνθρωπος, Προμηθεῦ, τὰ σὰ σε δῶρα βασανίζει. Triariushoc ex aliqua parte, cum subriperet, inflexit. Ηos aiebat Seuerus Cassius, qui hoc facerent, similes sibi uideri furibus alienis poculis ansas mutantibus. Multi sunt qui, detracto uerbo aut mutato aut adiecto, putent se alienas sententias lucri fecisse. Triarius autem sic uertit : corrupisti duo maxima Promethei munera, ignem et hominem.

21. Sed et Graeci illam subrupuerunt : Euctemon, qui dixit : Προμηθεῦ, ἐπὶ σέ τις πῦρ καὶ ἄνθρωπον ; sanius quam Glycon, Adaeos : Προμηθεῦ, σέ τις γράφων ἄνθρωπον πυρὶ ἀφανίζει. Damas corruptissime : δικαίως, Προμηθεῦ. Διὰ τί γὰρ πῦρ ἔκλεπτες ἄνθρωπῳ ;

Craton furiosissime, qui dixit : Προμηθεῦ, νῦν ἔδει σε πῦρ κλέψαι. Hic est Craton, uenustissimus homo et professus Asianus, qui bellum cum omnibus Atticis gerebat. […]

23. Nicetes dixit : εἰ πυρὶ καὶ σιδήρῳ ζωγραφοῦνται, τίνι τθραννοῦνται ; Hispo Romanius dixit : ignis, ferrum, tormenta : pictoris ista an Philippi officina est ? Sparsi sententia in descriptione picturae habet aliquid corrupti : « et, ubicumque sanguine opus est, humano utitur », dixit enim quod fieri non potest.

Illum locum omnes temptauerunt : quid, si uolueris bellum pingere ? Quid, si incendium ? Quid, si parricidium ? E Graecis Dorion furiose dixit : Τίς Οἰδίπους ἔσται, τίς Ἀτρεύς; Οὐ γράφεις γὰρ, ἄν μὴ μύθους ἴδῃς ζῶντας.

24. Sed nihil est, quod minus ferri possit, quam quod a Metrodoro dictum est : Μὴ μιμοῦ Τρωάδας μηδὲ Νιόβην. Ἐπίθες τὸ πῦρ· οὔπω μοι τὸν Προμηθέα ἀπέδωκεν.

Triarius dixit : nondum dignum irato Ioue gemuisti.

Haterius dixit sanius : nondum uultus ad fabulam conuenit. Et illud : Parrhasi, ut omnia fiant ad exemplum, uiuat qui tortus est.

Sed si uultis audire supra quod non possit procedere insania : Licinius Nepos ait : si uultis digne punire Parrhasium, ipse se pingat.

25. Non minus stulte Aemilianus quidam, Graecus rhetor, quod genus stultorum amabilissimum est, ex arido fatuus dixit : Ἀποκτείνατε Παρράσιον, μὴ θελήσας γράφειν ἐξ ὑμῶν ἀρχέτυπον ἕυρῃ.

Pausanias dixit : Διὰ σέ, Παρράσιε, δεῖ τοὺς ἐκπορευομένους τοῦ ναοῦ ἀφαγνίσασθαι.

Otho pater, cum pro Parrhasio diceret, in hoc colore derisus est: quia conciderat, inquit, per proditores Olynthos, uolui pingere iratum proditori suo Iouem.

Gargonius multo stultius, quare Promethei Parrhasius supplicium pinxisset : Ego, inquit, ardente Olyntho non odissem ignium auctorem ?

26. Latronis illa celebris sententia est, quam Sparsus quoque subtractis quibusdam uerbis dixit in descriptione tormentorum : « Parrhasi, morior. Sic tene. »

Hanc sententiam aiunt et Dioclen Carystium dixisse non eodem modo : ἄπιστος ἡ ὑπεροψία· πρὸς τὸ ἀρέσκον εἶδος ἐβόα; μένε.

27. Spyridion honeste Romanos fecit ; multo enim uehementius insanit quam nostri phrenetici. Voluit uideri uolturios ad tabulam Parrhasi aduolare, fabula eleganti ad turpem sententiam perductus. Traditur enim Zeuxin, ut puto, pinxisse puerum uuam tenentem, et, cum tanta esset similitudo uuae, ut etiam aues aduolare faceret operi, quemdam ex spectatoribus dixisse aues male existimare de tabula ; non fuisse enim aduolaturas, si puer similis esset. Zeuxin aiunt obleuisse uuam et seruasse id, quod melius erat in tabula, non quod similius. 28. Spyridion aeque familiariter in templum uolturios subire putauit quam passeres aut columbas ; dixit enim : σαρκοφάγα σοῦ γ’ἡ γραφὴ ἡπάτα ζῷα.

Sed nolo Romanos in ulla re uinci restituet aciem Murredius, qui dixit : pinge Triptolemum, qui iunctis draconibus sulcauit auras.

Inter illos, qui de Prometheo corrupte aliquid dixerunt, et Apaturius locum sibi uindicat ; dixit enim : ὤφελε τὸ πῦρ εἰς θεοὺς πάλιν κλαπῆναι.

françaisTraduction 2618

Sénèque le Rhéteur (Lucius Annaeus Seneca) — Controversiæ

Les Grecs jugèrent impie de défendre Parrhasius ; tous l’accusèrent et développèrent les mêmes idées. Glycon dit : « C’est le feu et l’homme, tes présents, ô Prométhée, qui servent à te torturer. » Triarius modifia ce trait en partie, lorsqu’il l’emprunta. Ceux qui procédaient ainsi, Cassius Sévérus les comparait aux voleurs qui changent les anses des coupes qu’ils ont dérobées. Il y a beaucoup de gens qui, pour avoir enlevé, changé ou ajouté un mot, croient s’être approprié les traits des autres. Voici comment Triarius traduisit celui-ci : « Tu as fait un usage néfaste des deux plus grands présents que nous devions à Prométhée, le feu et l’homme ». Mais les Grecs le volèrent à son tour ; Euctémon dit : « Prométhée, on se sert contre toi du feu et de l’homme ». Adaeus dit plus sainement que Glycon : « Prométhée, quelqu’un, pour te peindre, tue un homme par le feu. » Damas s’expliqua avec le plus mauvais goût : « Il n’y a là rien que de juste, Prométhée ; pourquoi aussi voler le feu et le donner à l’homme ? » Craton parla comme un homme en délire : « Prométhée, c’est maintenant qu’il aurait fallu voler le feu ». C’est le Craton, très spirituel d’ailleurs et Asiatique déclaré, qui faisait la guerre à tout ce qui était attique […] Nicétès dit : « Si un peintre emploi le fer et le feu, qu’est-ce qu’emploiera un tyran ? » Romanius Hispon dit : « Le fer, le feu, la question, est-ce un peintre qui travaille ou Philippe ? » Il y a du mauvais goût dans un trait de Sparsus, où il décrivait le tableau : « Et, toutes les fois qu’il y faut du sang, il emploie du sang humain » ; car sa supposition est contraire à la vérité.

Tous les orateurs se sont attaqués à ce lieu commun : si tu avais voulu peindre la guerre ? un incendie ? un parricide ? Parmi les Grecs, Dorion dit, comme un vrai fou : « Qui sera Œdipe ? Qui sera Atrée ? Car tu ne les peindras pas, si tu n’as leurs aventures sous les yeux. » Mais rien n’est moins supportable que ces mots de Métrodore : « Ne va pas peindre les Troyennes ou Niobé ! — Active le feu, ce n’est pas encore mon Prométhée. » Triarius dit : « Tes gémissements ne sont pas encore ceux d’un homme poursuivi par le courroux de Jupiter. » Hatérius dit plus sainement : « Ton visage ne répond pas encore à la légende », et « Parrhasius, pour que tout soit conforme à la réalité, qu’il reste en vie après avoir subi la torture ! » Mais, si vous voulez connaître les dernières limites de la folie, écoutez Licinius Népos : « Si vous voulez punir Parrhasius comme il convient, qu’il se peigne lui-même. » Sa sottise fut égalée par Aemilianus, rhéteur grec du genre de sots le plus agréable, ceux qui mettent de l’aridité dans la niaiserie. Il dit : « Tuez Parrhasius, de peur que, pour un tableau, il ne prenne un modèle parmi vous ».

Pausanias dit : « Tu es cause, Parrhasius, qu’il faut une purification à ceux qui sortent du temple. » On se moqua d’Othon le Père, qui, parlant pour Parrhasius, imagina cette couleur : « Comme c’est la trahison qui avait causé la chute d’Olynthe, j’ai voulu montrer Jupiter irrité contre celui qui l’avait trahi. » Gargonius expliqua beaucoup plus sottement pourquoi Parrhasius avait peint le supplice de Prométhée : « Quoi ! Voyant brûler Olynthe, je n’aurais pas détesté celui qu nous a donné le feu ! » On connaît le trait de Latron, que Sparsus, en modifiant quelques mots, reprit dans la description des tortures : « Parrhasius, je meurs. — Reste comme cela. » Ce trait, dit-on, fut exprimé par Dioclès de Caryste, mais d’une manière différente : « On ne saurait croire la dureté de Parrhasius. Quand il aperçut l’expression du visage qui lui plaisait, il cria au vieillard : « Reste ainsi ». Spyridion fit paraître les Romains raisonnables, car il montra une clémence bien mieux caractérisée que nos fous. Il voulut supposer que les vautours étaient attirés par le tableau de Parrhasius : une jolie anecdote l’avait conduit à ce trait déplorable. On raconte que Zeuxis, je crois, peignit un enfant tenant une grappe de raisin et que, comme le raisin était d’une ressemblance si grande qu’il attirait les oiseaux, un spectateur déclara que les oiseaux faisaient la critique du tableau ; car ils n’auraient osé s’approcher si l’enfant eût été ressemblant. Zeuxis, dit-on, effaça le raisin et conserva la partie la meilleure, non la plus ressemblante du tableau. Spyridion s’imagina que les vautours pénétraient dans un temple aussi communément que des moineaux ou des colombes, car il dit : « Les oiseaux de proie étaient trompés par ton tableau ». Mais je ne veux pas que les Romains aient jamais le dessous ; Murrédius va rétablir le combat avec son mot : « Peins donc Triptolème qui, ayant attelé des dragons, fendit les airs. » Parmi ceux qui, à propos de Prométhée, firent preuve de mauvais goût, Apaturius revendique aussi sa place : « Le feu aurait bien pu être volé une seconde fois, mais pour être rendu aux curieux ».

Non renseignéeAucune date exploitable
françaisTexte 4878 · Source 1075

Voyage d'Italie

Sade, Donatien Alphonse François · p. 392

A l’inspection du morceau, on reconnaît facilement qu’il n’a pu être saisi au ton de vérité dont il est, sans que le modèle fût effectivement sous ses yeux, lié et garrotté. Reste à savoir s’il l’a vraiment crucifié pour saisir sur la nature même ces instants précieux de vérité qu’on ne peut trouver que là. Peut-être eût-il bien fait de le faire pour atteindre à la perfection. Mais le morceau n’y est pas et je ne crois pas conséquemment qu’il l’a fait, parce que Michel-Ange, comme un autre, avait des préjugés et le préjugé fut et sera toujours l’écueil du vivant.

Iconographie

Œuvres associées

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Références

Bibliographie liée

Les identifiants historiques restent visibles pour permettre la vérification scientifique.

  1. Réf. 1051

    Delon, Michel « Portrait de l’artiste en assassin »

    Lieu et maison d’édition : in Lendemains, n°63, p. 57-60

  2. Réf. 1052

    Delon, Michel « Souffrance et beauté. La légende de Michel-Ange assassin »

    Lieu et maison d’édition : in La Quête du bonheur et l’expression de la douleur dans la littérature et la pensée françaises. Mélanges Corrago Rosso, Genève, p. 77-87

  3. Réf. 636

    Morales, Helen « The Torturer’s Apprentice : Parrhasius and the Limits of Art »

    Lieu et maison d’édition : In Jas Eslner (éd.), Art and Text in Roman Culture, p. 182-209.

  4. Réf. 1050

    Rouveret, Agnès « Parrhasios ou le peintre assassin »

    Lieu et maison d’édition : Ars et ratio. Sciences, art et métiers dans la philosophie hellénistique et romaine, éd. C. Lévy, B. Besnier et A. Gigandet, Bruxelles, Latomus, p. 184-193