Dati, Carlo Roberto · p. 110-120
X. Soleva con titolo sospeso, e imperfetto scrivere : APELLE FACEVA ec.
Tutto questo luogo è cavato da Plinio nella Prefaz. alla Stor. Natur. Et ne in totum videar Graecos insectari, ex illis nos velim intelligi pingendi, fingendique conditoribus, quos in libellis his invenies, absoluta opera, et illa quoque quae mirando non satiamur, pendenti titulo inscrisisse : ut APPELLES FACIEBAT, aut POLICLETUS, tamquam inchoata semper arte, et imperfecta, ut contra iudiciorum varietates superesset artifici regressus ad veniam velut emendaturo quidquid desideraretur, si non esset interceptus. Quare plenum verecundiae illud est, quod omnia opera tanquam novissima inscripsere, et tanquam singulis fato adempti. Tria non amplius, ut opinor, absolutè traduntur inscripta, ILLE FECIT, quae suis locis reddam. Non mi è ignoto che sopra queste parole il Remano, il Turnebo, e molt’ altri critici fanno diverse riflessioni, e conghietture per ridurle alla vera lezione. Ma di questo più opportunamente quando averò meglio esaminato questo luogo, e conferito con gli antichi MSS. de’ quali aspetto le varietà dagli amici eruditi di diversi paesi. Per ora proporrò solamente una difficultà senza scioglierla. Dice Plinio. Tria non amplius, ut opinor, absolutè traduntur inscripta, ILLE FECIT, quae suis locis reddam. Nelle quali parole pare che l’autore prometta di volere a suo luogo specificare quali fossero le tre opere d’Apelle, e di Policleto, singularizzate col FECIT. Ma questa promessa non si trova mai adempiuta, poichè ne dove parla di Policleto, ne dove tratta di Apelle, ne in alcun’ altro luogo se ne incontra cenno veruno. Molto averei che dire sopra l’inscrizione APELLE FACEVA. Ma per non avere a repetere le medesime cose, porrò qui un capitolo del Trattato della Pitt. Antica, dove si discorre pienamente di tal materia, e intanto servirà per un saggio.
Costume degli artefici antichi di scriver nell’opere i nomi loroNote de G. Pelli, éd. 1806 : Anche i vasellai ponevano il nome loro, o della fabrica. Vedi la lettera del Falconieri dopo la Roma del Nardini a me diretta e una lucerna antica di terra figurata appresso il Ser. Card. I. dove è scritto ΛΟΤΚΙΟΤ.
Essendosi parlato ne’ precedenti capitoli di quelle inscrizioni, le quali dagli artefici furon poste nell’opere loro per cagione di chiarezza, per notizia di storia, e per ornamento, e per lode altrui, discorreremo adesso di quelle, le quali non ebbero altro fine, che la gloria propria, il cui desiderio è si altamente radicato ne’ cuori umani, che nulla est tanta humilitas, quae dulcedine gloriae non tangatur. Onde non è punto da maravigliarsi, che C. Fabio nobil Romano, dilettandosi oltremodo della pittura, dopo aver dipinte le pareti nel Tempio della Salute, vi volesse porre il suo nome, come raconta Valer. Mass. l. 8. c. 14. n. 6. con qualche derisione, e strapazzo, ma a mio creder senza ragione. Nam quid sibi voluit (dic’egli) C. Fabius nobilissimus civis ? qui cum in aede salutis, quam C. Junius Bubulcus dedicaverat, parietes pinxisset, nomen is suum inscripsit. Id demum ornamenti familiae consulatibus, et sacerdotijs, et triumphis celeberrimae deerat. Caeterum sordido studio deditum ingenium, qualemcumque illum laborem suum silentio obliterari noluit : videlicet Phidiae secutus exemplum, qui clypeo Minervae effigiem suam inclusit : qua convulsa, tota operis colligatio solveretur. Più discretamente ne parlò Plinio l. 35 c. 4. Apud Romanos quoque honos maturè huic arti contigit. Siquidem cognomina ex ea pictorum traxerunt Fabij clarissimae gentis, princepsque eius cognominis ipse aedem Salutis pinxit anno urbis conditae CCCCL. quae pictura duravit ad nostram memoriam, aede Claudij principatu exusta. L’ultime parole di Valerio Massimo, dov’egli parla di Fidia, mi rammentano l’industria di questo grande scultore usata nella struttura della Minerva più celebrata d’Atene, in cui non gli essendo lecito porre il suo nome, collocò nello scudo la propria immagine in guisa collegata con l’altre parti, che chi volesse levarla, scomponesse tutta la statua. Onde Cicer. nel p. 1. delle Tusc. n. 15. Opifices post mortem nobilitari volunt. Quid enim Phidias qui similem speciem inclusit in clypeo Minervae, cum inscribere non liceret ? E nel perf. Orat. presso alla fine n. 71. Sed si quos magis delectant soluta, sequantur eo sanè modo, sic ut quis Phidiae clypeum dissolveret, collocationis universam speciem sustulerit, non singulorum operum venustatem. Aristotile, o chi sia l’autore del libro del mondo secondo la versione del Budeo : Fama est Phidiam illum statuarium, quum Minervam illam, quae est in arce, coagmentaret, in medio eius scuto faciem suam expressisse, oculosque fallenti artificio ita devinxisse simulacro, eximere inde ut ipsam si quis cuperet, minime posset, aliter quidem certè, quam ut ipsum solveret simulacrum, opusque eiusmodi compactile confunderet. E più brevemente Apuleio. Phidiam illum, vidi ipse in clypeo Minervae, quae arcibus Atheniensibus praesidet, oris similitudinem colligasse, ita ut si quis olim artificum voluisset exinde imaginem separare, soluta compage, simulac totius incolumitas interiret. Plutarco nella Vita di Pericle a 169. viene a’ particulari, raccontando che Fidia nello scudo della Minerva, nel quale era figurata la battaglia delle Amazzoni, aveva espressa la propria effigie in un vecchio calvo sostenente in alto un sasso con ambe le mani ; ma non perchè gli fosse vietato porvi il suo nome, avendo detto di sopra a 160. che nella base della Minerva d’oro fatta da Fidia (la quale io stimo la medesima, che quella, di cui si parla) era il nome dell’artifice. E questo è molto verisimile che egli desiderasse, e anche l’ottenesse, avendo sempre avuto gran premura di collocarlo nell’opere più singulari ; tra le quali ripone Luciano nel Dialogo delle Immag. a 588. la Minerva Lemnia, anzi ad ogni altra la preferisce, solamente perchè Fidia si degnò di scrivere in essa il suo nome. E Pausania nel l. 5 narra, che a’ piedi del Giove Olimpio era scritto : ΦΕΙΔΙΑΣ ΧΑΡΜΙΔΟΣ ΥΟΣ ΑΘΗΝΑΙΟΣ Μ’ΕΠΟΙΗΣΕ. FIDIA FIGLIUOLO DI CARMIDE ATENIESE MI FECE. Ma sia detto ciò di passaggio, per trattarne esprofesso nelle Vite degli Scultori. Ripigliando il filo del nostro discorso, ingegnosa invenzione fu parimente quella di Saurone, e Batraco architetti, i quali non potendo di se lasciare inscritta qualche memoria nel tempio, che già fu nelle logge d’Ottavia, vi collocarono animali, che i nomi loro esprimevano. Pline l. 36. 5. Nec Sauron atque Batrachum obliterari convenit, qui fecere templa Octaviae porticibus inclusa, natione ipsi Lacones. Quidam et opibus praepotentes fuisse eos putant ac sua impensa construxisse, inscriptionem sperantes. Qua negata hoc tamen alio loco, et modo usurpasse. Sunt certè etiamnum in columnarum espistylijs inscalpta nominum eorum argumenta rana atque lacerta. Simigliante artificio, benche diverso, per ottenere il medesimo intento, usò Sostrato Gnidio architetto della torre eretta nel Faro d’Alessandria, per quanto è riferito da Luciano nel lib. del modo di scriver la Stor. verso la fine. Dubitando questi che non gli fosse permesso porvi il suo nome, scolpito che l’ebbe in pietra lo ricoperse d’intonaco, e inscrissevi sopra quello del Re, avvisandosi, come avvenne, che indi a non gran tempo scortecciandosi la parete caderebbero con la calcina l’ultime lettere lasciando scoperta l’altra inscrizione, la quale diceva. ΣΟΣΤΡΑΤΟΣ ΚΝΙΔΙΟΣ ΔΕΞΙΦΑΝΟΥΣ ΘΕΟΙΣ ΣΩΤΗΡΣΙΝ ΥΠΕΡ ΤΩΝ ΠΛΩΙΖΟΜΕΝΩΝ. SOSTRATO DI DESSIFANE GNIDIO, AGLI DII CONSERVATORI PE’ NAVIGANTI.. È pero da notare che Strabone l. 17. a 791. portando la medesima inscrizione nomina Sostrato fondatore del Faro, non come architetto, ma come amico del Re senza far parola dell’inganno detto di sopra : e che Plinio diversificando dall’uno e dall’altro l. 36. c. 12 disse. Magnificatur et alia turris a rege facta in insula Pharo portum obtinente Alexandriae, quam constitisse octigentis talentis tradunt : magno animo, ne quid omittamus, Ptolemaei regis, quo in ea permiserit Sostrati Gnidij architecti structurae ipsa nomen inscribi.
E per venire oramai alla forma delle inscrizioni, nelle quali gli antichi professori usarono di pore il nome loro, cominceremo da quelle, le quali contenevano il puro nome senz’altra giuntaNote de G. Pelli, éd. 1806 : Il Signor Francesco Cammelli mi scrisse di roma con lettere de’7 settembre 1671 d’aver veduto appresso a M. Cherchemarch antiquario Franzese, che una gemma parea contenere il furto del Palladio fatto da Diomede col nome di Policleto, per quanto io credo diverso dallo scultore, intagliator di gemme : Πολυκλέιτου è l’inscrizione. Con altra lettera de’ 28 novembre dice mandarmi il zolfo di dette gioje.. Avvertasi però che molte, e forse la maggior parte dell’opere non avevano ne anche questa semplicissima, onde faceva di mestieri conoscer le pitture, e le sculture dalla maniera. E per tal cognizione vien da Stazio lodato Vindice l. 4. Selu. 6.
Quis namque oculis certaverit usquam
Vindicis, artificum veteres agnoscere ductus
Et non inscriptis authorem reddere signis ?
L’Ercole Epitrapesio di Lisippo, lodato appunto da Stazio nella sopradetta Selva, doveva esser di quelle statue, alle quali l’artefice aveva aggiunto il semplice nome ; che perciò Martiale l. 9. ep. 45.
Alcides, modò vindicem rogabam
Esset cuius opus, laborque felix.
Risit, nam solet hoc: levique nutu
Graece nunquid, ait, poeta nescis ?
Inscripta est basis, indicatque nomen
Λυσίππε lego, Phidiae putavi.
Tale per avventura era l’Apollo di Mirone, mentovato da M. Tullio nella 4. Verrina n. 43. Agrigento nonne eiusdem P. Scipionis monumentum, signum Apollinis pulcherrimum, cuius in femine literulis minutis argenteis nomen Myronis erat inscriptum, ex Aesculapij religiosissimo substulisti ? […] Tra queste va collocata anche l’inscrizione della bellissima Venere, che si conserva in Roma nel giardino del Sereniss. Granduca di Toscana mio Signore alla Trinità de’ Monti, benchè oltre il nome dell’artefice contenga il Padre, e la Patria, le quali cose, a me non pare, che facciano variazione. ΚΛΕΟΜΕΝΗΣ ΑΠΟΛΛΟΔΩΡΟΥ ΑΤΗΕΝΑΙΟΣ.
CLEOMENE D’APOLLODORO ATENIESE.
Oltre al puro nome fu chi aggiunse qualche altra cosa. E si legge in Plutarco nella Vita d’Isocrate, che nella Statua di questo oratore, postagli da Timoteo, era questa inscrizione.
ΛΕΟΧΑΡΟΥΣ ΕΡΓΟΝ, OPERA DI LEOCARE.
Del quale scultore fanno onorata memoria Plinio e Pausania in più d’un luogo. Tale si leggeva facilmente in quella celebre tavola di Filocare, della quale Plin. l. 35. c. 4. Alterius tabulae admiratio est, puberem filium seni patri similem esse, salua aetatis differentia, supervolante aquila draconem complexa. Philochares hoc suum opus esse testatus est. Delle sì fatte molte, s’io non m’inganno, s’incontrano in PausaniaNote de G. Pelli, éd. 1806 : Appresso al Serenissimo P. Cardinal Leopoldo si conseva una testa intagliata in corniola, ma con rilievo, creduta di Druso. Αλέχανδρος έποίει fattami vedere da S.A.R. e fal Signor Francesco Cammelli. Il medesimo mi disse che nel Palazzo de’ Signori Colonnesi è un basso rilievo, trovato a Marino, contenente l’Apoteosi di Omero, intagliato da Giovambattista Galestruzzi Fiorentino ; e mi mostrò la stampa il Sig. Balat. Anchieo dove è il nome dell’artefice.
αρκελαοςαπολλωνιουέποιησεπριηνευς.
ARCHELAUS APOLLONII FECIT PRIENEUS
ARCHELAO d’Apollonio PRIENEO fece. Di Priene vedi Stafano in υζιθυθ città di Ionia, e i lessici geografici.. Altri artefici passarono dal nominar l’opera all’operazione. E di questa sorta, pare a me, che fosse quella di Nicia. Plinio l. 35 cap. 4. Idem (cioè Augusto) in curia quoque, quam in comitio consecrabat, duas tabulas impressit parieti, Nemeam sedentem supra leonem, palmigeram ipsam, adstante cum baculo sene, cuius supra caput tabulla bigae dependet. Nicias scripsit se inussisse : tali enim usus est verbo. E quell’altra di Lisippo. Plinio l. 35. c. 11. Lysippus quoque Aeginae picturae suae inscripsit ἐνέχαυσεν, quod profecto non fecisset, nisi encaustica inventa. Alcune edizioni leggono scritto con lettere latine, encausen. Ma queste due inscrizioni si sono di già ponderate in trattando delle pitture a fuoco.
La maniera più comune di scrivere il suo nome nell’opere, mi do ad intender’io, che fosse. IL TALE FECE. Usata da Fidia, come abbiamo udito, nel Giove Olimpio, e da altri ancora ; e moderata da Policleto, e da Apelle, come diffusamente racconta Plinio nella Prefazione all’Imperador Vespasiano, con ridurla a faceva. Questa fu poi seguitata quasi da tutti gli altri. E per darne qualche esempio. Angelo Cini da Montepulciano (che tale è il vero casato di quel nobile ingegno) à nelle Miscellanee al cap. 46. asserisce d’aver veduto in Roma in casa i Mellini in una base di marmo la seguente inscrizione.
ΣΕΛΕΥΚΟΣ ΒΑΣΙΛΕΥΣ ΛΥΣΙΠΠΟΣ ΕΠΟΙΕΙ.
SELEUCO RE LISIPPO FACEVA.
E perchè il medesimo afferma che per Roma se ne trovavano allora dell’altre su questo andare, ne addurrò alcune, che in diverse statue al presente si leggono, la maggior parte delle quali mi ha cortesemente trasmesse Ottavio Falconieri Gentiluomo Fiorentino, nel quale il pregio minore è la nobiltà de’ natali, e questa, com’ ognun sa, è grandissima. Nell’Ercole del Palazzo Farnese.
ΓΛΥΚΩΝ ΑΘΗΝΑΙΟΣ ΕΠΟΙΕΙ.
GLICONE ATENIESE FACEVA.
Nel torso dell’Ercole di Belvedere.
ΑΠΟΛΛΟΝΙΟΣ ΝΕΣΤΟΡΟΣ ΑΘΗΝΑΙΟΣ ΕΠΟΙΕΙ.
APOLLONIO DI NESTORE ATENIESE FACEVA.
Nella Pallade del giardino de’ Ludovisi.
…ΤΙΟΧΟΣ ΙΛΛΙΟΣ ΕΠΟΙΕΙ.
ANTIOCO D’ILLI FACEVA.
In due teste di filosofi greci, nel giardino degli Aldobrandini a Monte Magnanapoli.
ΛΙΝΑΞ ΑΛΕΞΑΝΔΡΟΥ ΕΠΟΙΕΙ.
LINACE D’ALESSANDRO FACEVA.
In due statue congiunte d’una madre, et d’un figliuolo, che si stimano esser simbolo dell’amor reciproco.
ΜΕΝΕΛΑΟΣ ΣΤΕΦΑΝΟΥ ΜΑΘΗΤΗΣ ΕΠΟΙΕΙ.
MENELAO DISCEPOLO DI STEFANO FACEVA.
Questa è singulare, ed io ho stimato, che Stefano sia più tosto nome del maestro, che del padre.
In una gemma, nella quale è intagliata la testa di Marcello nipote d’Augusto fra l’effigie degli uomini illustri di Fulvio Orsino al n. 87.
ΕΠΙΤΥΓΧΑΙΝΟΣ ΕΠΟΙΕΙ.
EPITINCANO FACEVA.
Il nome del quale artefice si legge anche in altre gioie, e particolarmente in quella dov’è intagliato Germanico, come avvertisce il Fabro nelle note a 41. E si conghiettura ch’egli fiorisse nell’Imperio d’Augusto.
Sarebbe errore il tralasciare che alcune di queste inscrizioni furon fatte dagli artefici in versi, simiglianti a quelle, che si adducono nelle Vite di Zeusi, e di Parrasio. Ne dissimile esser dovea quella di Damofilo, e di Gorgaso, mentovata da Plin. l. 35 c. 12. Plastae laudatissimi fuere Damophilus, et Gorgasus, ijdemque pictores, qui Cereris aedem Romae ad Circum Maximum utroque genere artis suae excoluerunt, versibus inscriptis Graecè, quibus significaverunt, a dextra Damophili esse, a parte laeva Gorgasi. Galantissimo è l’epigramma scolpito da Prassitele nella base del suo famoso Cupido ; e si legge presso Ateneo nel l. 13. a 591. e nel l. 4. c. 12 epigr. 53. dell’Antologia attribuito a Simonide con qualche diversità di lezione.
Non si debbon tacere i versi latini posti nella pittura di Marco Ludio, del quale Plinio l. 35 c. 10. Decet non sileri et Ardeatis templi pictorem, praesertim civitate donatum ibi et carmine, quod est in ipsa pictura his versibus:
Dignis digna. Loco picturis condecoravit
Reginae Iunonis supremae coniugis templum
Marcus Ludius Elotas Aetolia oriundus,
Quem nunc et post semper ob artem hanc Ardea laudat.
Ea sunt scripta antiquis litteris Latinis.
Dicemmo in principio che il fine di tutte queste inscrizioni era la gloria degli artefici. A questo potrebbesi aggiungere un’altro, cioè la sicurezza che l’opere non fossero scambiate, e attribuite a diversi professori. Non fù però possibile ovviare a tutti gli errori seguiti, o per ignoranza, o per fraude. Di quelli per ignoranza basti un’esempio moderno, che mi par vergognoso ; cioè, che i due colossi, e cavalli situati a Roma nel Quirinale fossero con pubbliche inscrizioni attribuiti a Fidia, e a Prassitele come fatti a concorrenza per figurare Alessando M. che domava Bucefalo : il quale errore fu in parte, ma non del tutto emendato. Per fraude sempre si sono falsificate in iscrizione, e cifere, vendendo opere moderne per antiche, e d’eccellenti maestri. Onde Fedro nel Principio del l. 5.
Ut quidam artifices nostro faciunt seculo
Qui pretium operibus matus inveniunt, novo
Si marmori adscripserunt Praxitelem, suo
Myronem argento. Fabulae exempla audiant
Adeo fugatae. Plus vetustis his favet
Invidia mordax, quam bonis praesentibus.
Che così legge questo luogo (per quanto mi disse agli anni addietro) parte per conghiettura, e parte seguitando gli antichi MSS. Marquardo Gudio giovane eruditissimo e di giudicio ammirabile. Il qual luogo in quelle parole, Myronem argento, mi suggerisce un corollario per concludere questo lungo discorso. Ed è questo. Che anche nel vassellame d’argento figurato per mano di artefici illustri, come v. g. sarebbe stato Mirone, usava mettersi il nome di chi l’aveva lavorato. Onde oltre a questo testimonio di Fedro si legge in Seneca l. I. c. I. d. Tranq. d. An. Placet minister incultus, et rudis vernula, argentum grave rustici patris, sine ullo opere, et nomine artificis. E nella Consolaz. ad Elvia cap. 8. Si desiderat aureis fulgentem vasis supellectilem, et antiquis nominibus argentum nobile. Non mi par giusto il terminare questo capitolo senza dar notizia d’un altro inganno di Fidia riferito da Tzetze nella Chiliade. 7. Stor. 154. v. 930. Cioè, che questo scultore si compiacque di scrivere in alcune sue statue il nome d’Agoracrito suo scolare favorito. Il medesimo accenna Plinio l. 36. c. 5. Eiusdem disciplus fuit Agoracritus Parius ei aetate gratus. Itaque suis operibus pleraque nomini eius donasse fertur. E tanto basti per ora aver detto in questa materia.